Isa Buonomini, Mauro Valeri, Aldo Morrone
INTRODUZIONE
Il servizio di assistenza psico-socio-sanitaria rivolto a donne immigrate in gravidanza è stato attivato a partire dal marzo del 1992 nell'ambito del Servizio di medicina per immigrati del San Gallicano.
Con questa iniziativa si è inteso meglio approfondire e comprendere le problematiche di una popolazione immigrata giovane e sana in una fase della vita tra le più delicate, sia dal punto di vista dell'esperienza della gravidanza in sé, sia per il fatto di vivere questa realtà in un paese straniero. Si volevano inoltre cogliere le diverse speranze e le aspettative vissute da queste donne, riconducibili a differenze culturali significative (Saravia, 1987).
L'esperienza che qui viene presentata, date l'articolazione e la novità del tema trattato, rimanda necessariamente ad aspetti di diverso genere: dai problemi che possono insorgere nel momento in cui si entra in relazione con persone provenienti da altre realtà sociali e culturali, alle modificazioni psicologiche e di identità che possono insorgere nel vissuto della donna immigrata nel momento stesso in cui decide di mettere al mondo un figlio in un paese straniero; ai ritardi con cui le istituzioni socio-sanitarie sembrano cogliere le esigenze di queste nuove pazienti e dei loro figli; alle possibili evoluzioni demografiche e culturali che potrà assumere la nostra società nei prossimi anni, quando dovrà confrontarsi con l'inserimento di quella che viene in genere definita la "seconda generazione", cioè ragazzi e ragazze nati e cresciuti nel nostro paese, ma i cui genitori sono stranieri immigrati (Mazzetti, 1995). Data la vastità e complessità dell'argomento, ciò che viene affrontato in questo capitolo ha soprattutto il senso di un resoconto di un'esperienza, sicuramente positiva, da cui è possibile trarre anche utili indicazioni per la messa a punto di un approccio più elaborato e idoneo a soddisfare i bisogni delle donne immigrate. Questa nuova attenzione, anche per il tipo di interesse degli operatori, non può che essere duplice, relativa sia all'aspetto teorico, sia alle esigenze pratiche avanzate dalle gestanti. Viviamo ancora purtroppo un grosso ritardo nell'avviamento di una politica migratoria che sia coerente e dignitosa, consapevole dei limiti e delle possibilità del nostro paese; una politica che, invece, obbliga chi opera nei servizi per gli immigrati a dover far fronte a richieste di soddisfacimento dei bisogni che possono essere a ragione definiti "primari" o "materiali."
Soprattutto al principio, il contatto con le donne straniere in gravidanza avveniva nei giorni delle visite ambulatoriali, cioè il martedì pomeriggio. Le gestanti immigrate giungevano in istituto su indicazioni e con le richieste di analisi dei ginecologi della Caritas, o di altri centri ai quali esse si rivolgevano inizialmente e con i quali l'istituto aveva realizzato un'apposita convenzione che permetteva a diversi "soggetti deboli" (tra cui rientravano le donne immigrate extracomunitarie) di effettuare gratuitamente le analisi cliniche necessarie durante il periodo di gravidanza. Poco tempo dopo l'avvio del Servizio, sono iniziate a giungere in istituto anche donne che avevano effettuato la prima visita presso medici privati e che avevano saputo, da amiche o parenti, della possibilità di usufruire del Servizio. Il medico dell'istituto fissava un appuntamento con la paziente e, in quell'occasione, l'assistente sociale domandava la disponibilità per un nuovo incontro che avrebbe dovuto tenersi nella stanza delle assistenti sociali, incontro nel quale, veniva spiegato, la paziente avrebbe potuto discutere dei problemi che la gravidanza comportava.
Il primo punto da sottolineare è che tutte le donne a cui è stato proposto il colloquio poi si sono presentate puntualmente. Molto spesso le pazienti (in particolare le donne africane) venivano accompagnate dal proprio partner, dal marito, da un'amica oppure da una parente: in ciò è sicuramente ravvisabile la volontà di non affrontare da sole un momento così delicato e importante della propria vita. In molti casi, la persona che accompagnava aveva maggiore dimestichezza con la lingua italiana, facilitando così molto il superamento di quella che è stata forse l'unica reale difficoltà riscontrata nella relazione con le donne immigrate: la difficoltà linguistica.
Nel corso dei due anni in cui è stato attivo il Servizio, sono state raccolte singole schede, ognuna relativa alla paziente immigrata che si rivolgeva all'ospedale per problemi riguardanti la gravidanza. È ovvio che è stato possibile trascrivere sulla scheda soltanto una parte dei problemi posti. Significativo è il tipo di domande poste da queste persone: dalle informazioni su ciò che avveniva durante la gravidanza e il parto alle informazioni sulle leggi italiane e sulla burocrazia relativa al ricovero in ospedale, al momento del parto, soprattutto da parte di donne immigrate senza permesso di soggiorno. Altre richieste di chiarimento riguardavano i diritti che aveva il bambino nato in Italia e la possibilità di estendere tali diritti (in particolare di cittadinanza o di regolare permesso di soggiorno) anche alla madre; nonché le modalità di accesso all'asilo nido, l'assistenza sanitaria per il figlio, i contributi per il sostegno economico.
Molto numerose sono state anche le richieste di aiuti materiali, come vestiti per i bambini, lettini, carrozzine, passeggini, pannolini, latte in polvere e tutto ciò che è necessario alla vita di un neonato. Immancabile è stata anche la preghiera di aiutare il proprio marito o partner a trovare un lavoro che potesse garantire una maggiore tranquillità economica. Altre donne immigrate, invece, mostravano una preoccupazione particolare per l'evoluzione della gravidanza e del parto; forte timore veniva manifestato circa possibili complicazioni che potevano sopraggiungere, come ad esempio aborti spontanei, parti cesarei, malformazioni del feto.
Un'attenzione specifica è stata dedicata alle donne che vivono in Italia da sole; con loro è stato avviato un gruppo di riflessione e discussione al quale hanno partecipato in molte e che ha avuto il risultato positivo di far diminuire una parte di quell'ansia che in genere accompagna la gravidanza e che rischia di essere eccessiva in chi affronta questa esperienza, già di per sé delicata e difficile, per di più da sola e in un paese straniero (Rochas, 1992).
Ciò che comunque appare evidente, e che abbiamo riscontrato in tutte le pazienti, e che peraltro è comune anche a molte donne italiane in gravidanza, è l'estrema necessità delle immigrate di affrontare i temi relativi alla gravidanza con persone che possano in qualche modo informarle, rassicurarle e aiutarle, proprio perché innumerevoli sono i problemi che esse si trovano a dover affrontare, spesso senza gli strumenti più idonei, nell'impossibilità di accedere al Servizio Sanitario Nazionale di cui si conosce solo la realtà dei diversi Pronto Soccorso.
IL CAMPIONE ESAMINATO
Tra le schede compilate nel corso dei primi colloqui, ne abbiamo selezionate 543 che, per completezza di informazioni, possono rappresentare, arricchite dalle ulteriori notizie ottenute nel corso di altri colloqui spesso richiesti dalle stesse pazienti, il campione di base da cui partire per tentare di impostare un'analisi sulle donne immigrate in gravidanza. In tal modo vogliamo non soltanto cogliere le caratteristiche sociologiche ma anche i bisogni e le problematiche connessi all'esperienza della gravidanza in donne che, per diversi motivi, hanno deciso di (o forse sarebbe più opportuno dire "si sono trovate a") mettere al mondo un figlio in una realtà sociale e culturale assai diversa da quella da cui provengono. Al di là di alcune osservazioni che svilupperemo successivamente, ciò che sembra importante evidenziare subito è che l'arrivo di una nuova vita rappresenta, per tutte le donne con cui siamo entrati in contatto, un'esperienza magari carica di problemi, ma sempre comunque positiva e piena di emozioni esaltanti. È un'esperienza capace di contribuire a ridefinire la loro stessa identità che l'esperienza migratoria spesso riduce a quella semplice "forza lavoro economicamente vantaggiosa". Questo viene confermato anche dal bassissimo numero di richieste di interruzione volontaria di gravidanza che ci sono state rivolte: appena il 2,2% di tutte le donne con cui abbiamo avuto almeno un colloquio.
Dalle schede complessivamente raccolte, un primo dato risulta estremamente indicativo: le pazienti provengono dalle principali aree di emigrazione internazionale che nel corso degli ultimi due decenni hanno interessato il nostro paese. Percentualmente, il maggior numero di donne proviene dall'Estremo Oriente (29,3%); questo è un dato nuovo e significativo, soprattutto se messo in relazione con altre esperienze in campo socio-sanitario, sempre relative al tema dell'immigrazione.
Dall'Europa dell'est invece giunge il 27,6% delle donne; dal Sudamerica il 23,2%; dal continente africano il 17,1%; mentre molto più contenuto è il numero di donne in gravidanza provenienti dal sub-continente indiano: 2,8%.
Interessante è anche il dato relativo alle singole nazioni di provenienza:
- dall'Estremo Oriente abbiamo soprattutto: Filippine (151), Vietnam (3), Corea (2)e Cina (3);
- dall'Europa orientale: Polonia (114), Romania(l7), Albania (7), ex-Iugoslavia (7), Bulgaria (2), Russia(l)e Ucraina (2)
;- dal Sudamerica: Peni (96), Colombia (14), Brasile (8), Salvador (5) e Bolivia (3);
- dal continente africano: Etiopia (25), Somalia (27), Costa d'Avorio (6), Ghana (3), Nigeria (7), Sierra Leone (1), Zaire (2), Marocco (5), Tunisia (2), Senegal (4) ed Eritrea(11);
- infine, dal sub-continente indiano abbiamo: cittadine del Bangladesh (7), dello Sri Lanka (5), dell'India (3)e del Pakistan (3).
Complessivamente, i paesi di provenienza delle utenti sono trentuno, a conferma dell'estrema varietà delle aree di origine degli immigrati che sono giunti e continuano a giungere in Italia (Fig. 6.1). Tuttavia, dall'elenco di nazioni prima riportato, ci sembra emerga anche un altro dato interessante: l'assenza di alcune comunità immigrate in cui notevole è la componente femminile (basti pensare alla comunità capoverdiana), così come ad esempio risulta dai dossier statistici del 1992 e 1993 che la Caritas ha elaborato utilizzando i permessi di soggiorno rilasciati dal Ministero dell'interno (e quindi relativi ai soli immigrati regolari). Risalire ai motivi che determinano l'assenza di alcune comunità immigrate è operazione abbastanza difficile. Si potrebbe però ipotizzare che, anche per ciò che riguarda l'assistenza socio-sanitaria, agisca una sorta di "catena amicale e parentale", nella quale l'assistito immigrato fornisce le informazioni generali necessarie ma anche garantisce l'assistenza offerta (in alcune occasioni ciò è palese poiché sono altre donne che avevano già avuto il colloquio con noi ad accompagnare al primo colloquio una loro amica o parente).
Un'eguale catena sembra esserci anche all'origine di una forte selezione nella scelta dei possibili ospedali in cui partorire, selezione che praticamente restringe la scelta a due sole cliniche, nonostante il tentativo portato avanti dall'assistente sociale di sollecitare la paziente a mettersi in contatto con l'ospedale più vicino alla sua abitazione.
Questo dato, d'altra parte, sembra confermato anche da altre ricerche precedenti, in cui determinati servizi sociali e sanitari offerti venivano in prevalenza scelti e utilizzati, a seconda delle organizzazioni e dei centri di servizio, da specifici gruppi nazionali di immigrati.
Anche nel nostro caso si ha una tendenza simile, poiché ben il 66,4% di tutte le donne in gravidanza che si sono rivolte al servizio provengono da tre paesi: Filippine (27,6%), Polonia (21%)e Perù (17,8%).
Proprio per la consistenza numerica - e quindi per la loro rappresentatività quantitativa - e per il fatto che corrispondono a tre tipi di flussi migratori diversi per strutture sociale di provenienza, cultura, vicinanza geografica, progettualità degli immigrati, la nostra analisi è focalizzata soprattutto su questi tre gruppi di pazienti, convinti che da questi dati si possano poi ricavare anche utili informazioni per meglio comprendere le specificità che caratterizzano i diversi flussi migratori e le diverse strategie di inserimento e integrazione delle donne immigrate in Italia.
Per avere comunque un quadro generale circa la tipologia delle utenti, riteniamo utile far precedere, all'esame dei tre gruppi di utenti, una breve sintesi del dato complessivo.
I COLLOQUI
Iniziamo quindi con il prendere in esame l'andamento dei colloqui, sebbene i periodi presi in esame non siano uniformi: nei dieci mesi del 1992 è stato contattato il 38,4% delle utenti, percentuale che diviene del 49,1% nel 1993 e del 12,5% nei primi due mesi del 1994.
Se però mettiamo in relazione il numero dei primi colloqui effettuati con i mesi in cui il servizio è stato aperto, osserviamo che, se nel 1992 la media è di 20,7 colloqui, nel 1993 tale media sale al 23%, per giungere nel 1994 a ben 35 nuovi colloqui mensili.
Tra le immigrate contattate nel 1992 predominano le polacche, che rappresentano il 31,9% delle utenti, seguite dalle filippine con il 23,2%. Più limitato invece il numero di peruviane (11,6%), che appare assai vicino a quello di altri gruppi di immigrate, come ad esempio le etiopi. Nel 1993, invece, vi sono alcune interessanti modificazioni, le polacche diminuiscono al 12,9%, mentre in aumento consistente abbiamo le peruviane(l8,8%) e, soprattutto, le filippine (30,6%).
Sebbene il periodo di attività del servizio nel 1994 sia troppo limitato, va comunque segnalato che nei primi due mesi dell'anno la percentuale di utenti filippine è pressoché confermata (36,4%), mentre un nuovo e sensibile incremento segna l'afflusso delle peruviane (36%)e delle polacche (27,2%) (Fig. 6.2).
LE CARATTERISTICHE SOCIOLOGICHE DELLE UTENTI
Età
Un altro dato da noi rilevato è l'età delle utenti registrata al momento del nostro primo colloquio. La donna immigrata contattata ha generalmente un'età compresa fra i 26 e i 35 anni (64,2%), segno questo che la scelta di partorire in un paese straniero avviene in un'età abbastanza vicina a quella delle donne italiane. Il 22% delle utenti ha invece un'età compresa fra i 18 e i 25 anni, mentre il 13,8% delle utenti ha più di 35 anni.
Passando ora alle donne filippine, possiamo osservare che nel 70% dei casi si rivolgono al servizio le donne con un'età compresa fra i 26 e i 35 anni. Nella fa scia più giovane, che comprende l'età che va dai 18 ai 25 anni, troviamo invece il 18% delle donne, mentre con un'età superiore ai 35 anni abbiamo il 12%. Riscontriamo questo tipo di distribuzione anche nel gruppo delle donne polacche, sebbene siano da registrare alcune interessanti differenze.
Infatti, con età compresa tra i 26 e i 35 anni troviamo la stragrande maggioranza delle utenti provenienti dalla Polonia (71 ,1%), ma più consistente e più vicino alla media generale è il gruppo delle donne polacche più giovani, le quali raggiungono complessivamente il 21%; di conseguenza, nel gruppo delle ultra trentaseienni abbiamo appena il 7,9% delle utenti, percentuale particolarmente bassa rispetto al dato complessivo. Nel caso delle immigrate peruviane, invece, sembra prevalere una tendenza opposta: le donne di età inferiore ai 25 anni sono il 18,7%, mentre quelle di un decennio più grandi sono il 65,6%; il 15,7%, percentuale più elevata fra i tre gruppi esaminati, ha oltre 36 anni (Fig. 6.3).
Religione
Un altro dato particolarmente significativo, anche per alcune implicazioni che comporta, è la religione professata dalle utenti. La maggioranza ha dichiarato di essere di fede cattolica (62,4%), ma il dato forse più interessante è che sono presenti molte altre fedi, sebbene con percentuali non molto elevate: le musulmane sono il 6,6%, le cristiano-ortodosse il 6%, seguite con percentuali ancora più contenute da protestanti, buddiste, battiste e sikh. Da segnalare anche un 19,8% di persone che non ha saputo o non ha voluto dichiarare la propria fede religiosa. Di fede cattolica sono gran parte delle donne dei tre gruppi da noi isolati: l'80% delle filippine, l'87,5% delle peruviane e ben il 94,7% delle polacche.
Titolo di studio
Altre informazioni riguardano il titolo di studio che la donna ha ottenuto nel proprio paese di origine e che, molto presumibilmente, è da interpretare - oltre che tenendo conto del differente sistema scolastico in vigore nei diversi paesi alla luce dell'età in cui la donna è immigrata.
Abbiamo scelto questa variabile perché ci sembra dia utili indicazioni circa le aspettative lavorative e i motivi che hanno spinto all'emigrazione, ma anche sugli strumenti culturali che le utenti hanno per inserirsi adeguatamente in un diverso contesto sociale con tutto ciò che ne consegue anche sulle informazioni relative alla contraccezione e alla gravidanza.
Il dato che emerge ci sembra assai significativo. Infatti, complessivamente, il 58,2% delle utenti ha dichiarato di essere in possesso di un diploma della scuola media superiore e il 17,1% di possedere una laurea. A livelli di istruzione più bassi invece troviamo: il 22,6% che possiede il diploma di scuola media inferiore, mentre con la sola licenza elementare è l'1,6% del totale, il restante 0,5% è analfabeta (Fig. 6.4). Nel caso delle immigrate extracomunitarie si tratta di donne giunte in Italia con una buona scolarizzazione. Tra le utenti filippine il numero di laureate scende leggermente rispetto alla media, rappresentando il 12% del totale, mentre le diplomate sono il 56%. Un altro 32% possiede solo il diploma della scuola media, dato questo particolarmente elevato rispetto al quadro generale, che può essere forse spiegato se si tiene conto che - come risulta anche da altre fonti - l'età in cui le donne filippine emigrano è particolarmente giovane. Tra le peruviane, invece, il numero di laureate sale al 21,9%, di quelle con diploma superiore al 65,6%, mentre di quelle con la sola licenza elementare scende al 12,5%. Diversa, se pur all'interno di parametri vicini alla media, la realtà relativa alle pazienti polacche. La percentuale di laureate in questo caso è particolarmente elevata, anche rispetto al dato complessivo: dichiara di possedere una laurea ben il 26,3% delle utenti, mentre le diplomate sono il 60,5% e, con la sola licenza della scuola media inferiore, il 13,2%.
Attività lavorativa svolta nel paese d'origine e in Italia
A questo dato fa riscontro anche quello relativo all'attività lavorativa svolta nel paese di origine: il 38,7% delle donne ha comunque affermato che al momento della partenza non svolgeva alcuna attività nel proprio paese di origine, mentre il 3,3% ha affermato che studiava.
Tra le lavoratrici il 35,9% - percentuale sicuramente notevole - svolgeva un'attività di tipo professionale, mentre il 22,1% era occupata come operaia non qualificata. Per quanto riguarda le donne filippine, ben il 44% di esse dichiara che, al momento della partenza, non svolgeva alcuna attività lavorativa, molto probabilmente per via della giovane età che aveva al momento della partenza. Molte fra le pazienti polacche svolgevano invece attività di operaie (34,2%), mentre le donne peruviane erano occupate soprattutto in attività impiegatizia (40,6%). Il quadro che emerge è abbastanza articolato, poiché ci sembra che le corrispondenze tra il titolo di studio e l'attività lavorativa, nonché i motivi dell'emigrazione e i relativi progetti migratori, siano assai divergenti. Nella quasi totalità dei casi, le donne immigrate si sono trovate a svolgere in Italia attività di collaborazione domestica o di assistenza agli anziani, cioè un'attività che tiene poco o nulla conto delle qualifiche possedute e che rappresenta per la maggioranza di loro una novità non sempre piacevole. Nell'ambito del lavoro domestico è possibile registrare una certa varietà di condizioni a seconda del tipo di lavoro svolto in Italia (se a tempo detem7inato o a tempo pieno) e del tipo di contratto stipulato con il datore di lavoro (in particolare se in regola o no); da quest'ultima condizione spesso dipende la stessa possibilità di ottenere un regolare permesso di soggiorno.
Possiamo però affermare con certezza che la condizione da noi maggiormente registrata è quella di un lavoro a tempo determinato, non regolare, anche perché il 92% delle pazienti è risultato sprovvisto del pem7esso di soggiorno (Quiroza, 1991).
Occorre sottolineare inoltre che, soprattutto per il tipo e le modalità del lavoro svolto, la gravidanza rappresenta spesso per le donne immigrate il rischio di rimanere o di tornare in una situazione di marginalità, poiché molte volte accettare di avere un figlio vuol dire dover rinunciare al proprio lavoro; è infatti assai raro che un datore di lavoro sia disposto a offrire un'occupazione a una madre con il proprio figlio. Le donne immigrate con la gravidanza rischiano di perdere anche l'abitazione, che di solito consiste in un semplice posto letto in stanze dalle condizioni igienico-sanitarie per lo più insopportabili. Inoltre, per almeno quattro mesi la donna deve rinunciare al proprio lavoro, con tutto ciò che comporta sul piano economico.
A queste difficoltà se ne aggiungono altre, come le spese che devono affrontare una gestante prima e una madre poi e che, spesso, sono l'argomento maggiormente discusso nei primi colloqui con l'assistente sociale. E per questi e altri motivi che, come vedremo anche più avanti, spesso l'esperienza migratoria obbliga la donna a rinviare di qualche anno, e a volte anche di più, la maternità e a ridurre notevolmente il numero di figli. Molte volte questa "necessità" viene controllata attraverso l'interruzione di gravidanza, che spesso finisce per coincidere con uno dei pochi sistemi contraccettivi utilizzati dalle donne immigrate(Bonifazi, Cesano, 1992).
Al grave ritardo con cui gli enti locali stanno acquisendo la consapevolezza dell'importanza di intervenire anche su questi temi, troppo spesso sottovalutati, dobbiamo aggiungere le poche strutture, spesso gestite dal volontariato religioso o laico che, con molta volontà e sforzo, tentano di aiutare soprattutto le immigrate ragazze madri. Si tratta ancor oggi di strutture assolutamente insufficienti nel far sì che la scelta di avere un figlio da parte della donna immigrata sia anche un momento di gioia, di felicità e non soltanto di aggravio dei tanti problemi.
Periodo di permanenza in Italia
Passiamo ora ad analizzare il periodo di permanenza trascorso in Italia dalle donne immigrate al momento del primo colloquio. Il 39,4% di esse è qui da meno di un anno, mentre il 29,8% vi risiede da due anni e il 16,6% da tre anni.
Infine, il 7,7% ha dichiarato di essere in Italia da quattro anni, e il 6,5% da un periodo superiore (Fig. 6.5). Si tratta quindi di donne che decidono o accettano di divenire madri anche se il periodo di permanenza in Italia è abbastanza limitato. Queste percentuali generali subiscono diverse modificazioni a seconda dei gruppi nazionali interessati, a testimonianza di una differenziazione di fondo nei progetti migratori.
Il 30% delle pazienti filippine è giunta in Italia da meno di un anno, mentre il 24% da due anni. Per le peruviane, invece, abbiamo il 28,1% delle utenti che dichiara di essere in Italia da meno di un anno, mentre ben il 40,7% da due anni. Ancora diverso, e per molti versi estremamente significativo, è invece l'andamento che si registra nelle polacche: sono in Italia da appena un anno ben il 55,3% delle donne da noi contattate, mentre il 28,9% è nel nostro paese da due anni. In altri termini, ben l'84,5% delle utenti polacche al momento della gravidanza si trova in Italia da appena due anni. Questo andamento è confermato anche dal numero di donne che risiedono in Italia da più di due anni. Con oltre tre anni, cioè il periodo che per diversi motivi può definirsi di avvio del processo di parziale stabilizzazione, troviamo appena il 2,3% delle polacche, mentre si calcola il 12,4% delle peruviane e ben il 26% delle filippine.
Mamme o primipare?
Questo dato può essere arricchito da altre informazioni, come ad esempio quelle relative al numero dei figli che le donne hanno al momento del primo colloquio. Complessivamente, il 73,5% delle utenti è alla sua prima gravidanza, mentre il 16% ha già un altro figlio e il 7,7% due figli. Con più di tre figli invece è il 2,8% delle donne immigrate (Fig. 6.6). Quindi, per quasi tre quarti delle donne da noi contattate si tratta della prima esperienza di gravidanza. Con cifre superiori alla media, sempre per ciò che riguarda la prima gravidanza, troviamo le donne polacche (79%)e le donne filippine (78%), anche se le modalità che sono all'origine di questa scelta differiscono notevolmente, poiché sono flussi che si differenziano notevolmente per i tempi di arrivo e di permanenza in Italia. Anche per molte peruviane si tratta del primo figlio (62,5%), sebbene una buona percentuale dichiari di avere già portato a termine un'altra gravidanza (il 28,1% contro il 15,8% delle polacche e il 14% delle filippine). Per ciò che riguarda un numero superiore di figli, la percentuale più elevata la possiamo riscontrare ancora tra le peruviane (9,4%), seguite dalle filippine (8%) e dalle polacche (5,3%).
Cosa determini la scelta di partorire è assai difficile da stabilire, poiché troppe sono le variabili che intervengono, di ordine psicologico, culturale ed economico.
Stato civile
Dalle schede dei colloqui intercorsi con le pazienti è però possibile ottenere altre utili informazioni sul tipo di relazione esistente tra esperienza migratoria e gravidanza. Vediamo, ad esempio, il dato relativo allo stato civile, dal quale possiamo dedurre alcuni aspetti interessanti. Nel momento del colloquio il 75,7% delle utenti risulta sposato, mentre il 18,2% convive (Fig. 6.7).
Inoltre, il 10,5% delle donne è sposato o convive con un cittadino non connazionale. Questi dati subiscono qualche modificazione a seconda dei gruppi interessati: risulta sposato il 74% delle filippine, il 68,7% delle peruviane e appena il 65,6% delle polacche. Trattandosi di tre gruppi fortemente caratterizzati dall'appartenenza religiosa, si può avanzare l'ipotesi che, durante l'esperienza migratoria, la tradizionale relazione tra matrimoni e figli venga ribaltata, con la decisione di fare prima i figli e poi sposarsi.
Relazioni familiari in Italia
Passiamo ora a esaminare le relazioni familiari che le pazienti immigrate hanno in Italia e che molto spesso costituiscono fattori determinanti nella scelta della gravidanza. Riesce ad avere relazioni con i propri mariti o partner il 74% delle donne, mentre il 17% in Italia ha soltanto rapporti con i propri parenti di primo grado, in particolare con la madre o con fratelli e sorelle. Da notare che il 5,6% delle donne dichiara di non avere alcun parente o partner in Italia. È probabile che la possibilità di avere relazioni familiari risenta notevolmente dell'incidenza di due fattori: la vicinanza geografica tra l'Italia e il paese di origine e le caratteristiche del tipo di immigrazione. Infatti, il 3,4% delle donne afferma di avere rapporti col proprio marito nel paese d'origine (Fig. 6.8). Ricaviamo queste impressioni dai dati ottenuti dall'esame dei diversi gruppi: hanno possibilità di avere in Italia rapporti con il coniuge o il partner l'80,4% delle polacche, il 77,2% delle filippine e il 71,1% delle peruviane. Hanno invece relazioni con parenti di primo grado il 23,7% delle peruviane, il 15,8% delle filippine e il 10,9% delle polacche. Tra le donne che dichiarano di non avere relazioni e che vivono sole abbiamo invece l'8,7% delle polacche, il 3,5% delle filippine e il 2,6% delle peruviane. Le donne polacche sono le uniche a non avere relazioni con parenti di secondo grado. Ciò conferma che esistono diverse possibilità (e forse in alcuni casi anche volontà) in base alle quali le immigrate possono formare nuovamente nel paese straniero una sorta di "famiglia allargata", che possa svolgere una funzione di aiuto materiale e sostegno morale.
Situazione alloggiativa
Per quanto riguarda invece la situazione alloggiativa, che rappresenta uno dei fattori che maggiormente influenzano le modalità con cui viene condotta la gravidanza, possiamo osservare che circa la metà delle pazienti (47%) vive in camere d'affitto insieme ad altre donne, mentre il 32,6% abita insieme ad altri componenti del nucleo familiare. L'8,8% invece alloggia presso l'appartamento dove svolge il proprio lavoro di domestica fissa, il che fa presupporre che sia questa la percentuale di lavoratrici a tempo pieno. Infine, il 6,1% delle donne è ospite momentaneo in pensionati gestiti da organizzazioni religiose e il 5,5% abita da solo in un appartamento in affitto.
Passando a esaminare i gruppi da noi studiati, notiamo che ben il 68% di donne filippine vive insieme ad altre connazionali in case d'affitto; questo è indicativo della volontà di mantenere relazioni del tipo "famiglia allargata". Soltanto il 18% di filippine vive con i propri familiari, mentre il 14% abita nella stessa casa dove svolge attività a tempo pieno. Nessuna di loro invece vive da sola o fa riferimento a strutture messe a disposizione da enti locali od organizzazioni del volontariato. Per le polacche la situazione presenta qualche differenza: a convivere con altre donne è il 40% del totale, mentre il 22% vive insieme ai propri familiari e l'8% da solo. Un altro 4% vive insieme ai datori di lavoro, poiché svolge attività a tempo pieno, e il 2% è ospite di apposite strutture pubbliche o del volontariato.
Tra le donne peruviane riscontriamo invece un maggiore equilibrio tra coloro che vivono con altre connazionali e coloro che vivono con i propri familiari (34,4%). Risulta evidente una certa assenza dell'appoggio diretto delle connazionali. Il 12,5% vive da solo, segno, anche in questo caso, di una scelta assai significativa, ma anche del raggiungimento di un determinato status. Infine, il 2,5% delle donne provenienti dal Perù abita con i propri datori di lavoro, mentre il 6,2% usufruisce delle strutture pubbliche o del volontariato.
Incontro con la struttura
Un ulteriore dato riguarda il periodo di gravidanza in cui è avvenuto il primo incontro con il nostro Servizio.
La percentuale di donne che ha effettuato il primo colloquio mentre era nei primi tre mesi di gravidanza, è il 18,2% del totale; il 40% è al secondo trimestre di gravidanza, percentuale confermata anche da quella delle donne all'ultimo trimestre. Quindi, ben l'81,8% delle pazienti giunge in ospedale dopo il terzo mese di gravidanza (Fig. 6.9). Anche in questo caso le differenze registrate fra i tre gruppi isolati appaiono notevoli: nei primi tre mesi di gravidanza si sono rivolti al servizio il 6% delle donne filippine, il 21% delle polacche e ben il 37,4% delle peruviane. Questo dato, che apparentemente sembra contrastare con il fatto che per molte peruviane non si tratta della prima gravidanza, può invece essere inteso come la raggiunta consapevolezza da parte di esse della necessità di un controllo precoce sull'andamento della gravidanza. Nei periodi di gravidanza dal quarto al sesto mese sono giunti il 48% delle filippine, il 39,5% delle polacche e il 43,7% delle peruviane. Le percentuali infine di coloro che si rivolgono al Servizio soltanto negli ultimi tre mesi sono: il 46% delle filippine, il 39,5% delle polacche e soltanto il 18,7% delle peruviane.
Il progetto migratorio
Abbiamo voluto indagare anche su alcuni aspetti relativi alla modificazione del progetto migratorio in seguito alla gravidanza. Una prima domanda cerca di indagare se la paziente si ritenga contenta o meno che il figlio nasca in Italia. Si è dichiarato contento il 79% delle donne: presentano percentuali superiori le filippine (96%), mentre le polacche sono pressoché in media (79,5%)e leggermente inferiore è il numero delle peruviane (75%). Sebbene i valori percentuali nonsiano significativi per gli altri gruppi nazionali, data la loro scarsa consistenza numerica, vogliamo però sottolineare come in molte comunità africane, come ad esempio Etiopia, Ghana, Nigeria, Sierra Leone e Zaire, prevalga un giudizio negativo. Su questo dato torneremo anche in seguito, ma ci sembra giusto ricordare come l'immigrazione dall'Africa appaia quella maggiormente caratterizzata dalla fuga da situazioni politicamente ed economicamente insostenibili: il fatto che il figlio nasca in Italia non sembra quindi rispondere ad alcun reale progetto. Possiamo ottenere qualche verifica di questa nostra impressione esaminando un'altra domanda presente nella scheda, quella relativa al progetto migratorio.
Sostiene di volersi stabilire definitivamente in Italia appena il 17,7% delle pazienti, mentre un altro 10,5%, prevalentemente composto da etiopi, aspira a emigrare appena possibile in qualche altro paese, preferibilmente del nord America. Invece la stragrande maggioranza delle donne (71,8%) dichiara di voler proseguire in Italia un progetto teso al raggiungimento di alcuni obiettivi, senza però che questo influenzi negativamente la prospettiva di un rientro in patria in tempi più o meno brevi. Sarebbe quindi interessante verificare in che modo la nascita di un figlio modifichi questa progettualità e soprattutto se favorisca o meno, cosi come ipotizzato da diversi studiosi, una maggiore stabilizzazione nel nostro paese (Di Cristofaro, Longo, Morrone, 1995).
Dove far crescere il figlio?
Un ultimo quesito che abbiamo posto alle gestanti riguardava il progetto relativo al neonato, se cioè esse avessero intenzione di farlo crescere in Italia o, al contrario, di "mandarlo" nel paese d'origine. Il termine "mandare" è quello utilizzato dalle pazienti e vuole sottolineare il fatto che spesso non sono le madri a portare il bimbo nel paese d'origine ma sono amiche o parenti. A fronte di un 62,9% di gestanti che ha risposto di volerlo far rimanere comunque in Italia, l'8,8% di donne si dichiara indeciso, e il 28,3%, è convinto che il comportamento migliore sia quello di rimandare il neonato dai parenti al paese d'origine (Fig. 6.10).
In genere la donna immigrata, tre o quattro mesi dopo il parto, soprattutto quando non riesce a ottenere un permesso di lavoro, cerca un'amica o una parente che rientra nel paese per farsi carico di accompagnare il bambino dai parenti rimasti nel paese di provenienza e che divengono così i tutori del neonato. In seguito, la madre potrà rivedere il proprio figlio in occasione di uno dei rari viaggi di rientro che riuscirà a fare, anche se resterà sempre combattuta tra l'utilizzo dei soldi risparmiati per il viaggio oppure l'invio ai parenti per far fronte alle spese relative alla crescita del bambino.
Tra i gruppi che dichiarano di preferire "mandare" il proprio figlio nel paese d'origine, troviamo soprattutto le donne filippine (58,5%), seguite dalle peruviane (34,4%)e dalle polacche (15,8%).
La nascita
Ci sembra interessante sottolineare il dato relativo ai bambini nati dalle donne visitate nel nostro Servizio. Le pazienti venivano invitate a dare informazioni anche rispetto al parto e al nascituro. Tale invito è stato rispettato da oltre un terzo delle donne straniere: 62 filippine, 40 polacche, 16 etiopi e 71 peruviane.
Non possiamo individuare con certezza i motivi che hanno determinato la scelta di non continuare il rapporto instaurato con il nostro Servizio. In alcuni casi, è probabile si sia trattato di una conseguenza delle difficoltà incontrate; un'altra ipotesi è che il periodo immediatamente successivo al parto, se non addirittura il parto stesso, abbia coinciso con un rientro nel paese d'origine.
Tuttavia, le 189 donne che hanno continuato ad avere rapporti con il nostro Servizio rappresentano un campione, il cui studio può offrire ulteriori elementi di riflessione. Un primo dato significativo è che in tutte le aree in cui abbiamo suddiviso il campione complessivo riscontriamo la stessa percentuale di donne che torna per informarci sull'andamento del parto e sulla salute del neonato. È un dato per molti versi di difficile interpretazione ma che, se adeguatamente e specificamente indagato, potrebbe offrire altre indicazioni sul tipo di rapporto che si instaura tra servizi socio-sanitari e pazienti straniere.
Tuttavia, in due casi, i risultati si discostano significativamente dalla media.
La percentuale di donne etiopi che ha contattato il nostro Servizio anche dopo il momento del parto è di oltre il 75%. Al contrario, le percentuali raggiunte dalle donne polacche e peruviane sono il 28% e il 26%: questo è indicativo del fatto che, probabilmente, nel loro caso il Servizio è stato soprattutto utile per avere informazioni e sostegno relativi all'andamento della gravidanza e ai problemi connessi. Possiamo riscontrare un atteggiamento analogo anche tra le donne somale. Tenendo sempre come riferimento le 189 donne straniere del campione, ha partorito senza dover ricorrere al cesareo il 75,8% delle donne, e in 12 casi si è trattato di un parto gemellare. Il tasso di parti cesarei sembra superare di molto la media nazionale.
Inoltre, è possibile individuare alcune peculiarità nei gruppi numericamente più significativi; ad esempio, ben il 40% delle donne polacche è ricorso al parto cesareo. Una percentuale meno alta, ma altrettanto elevata, il 31,2%, è raggiunta dalle donne filippine.
In 108 casi(l9%) non è stato possibile l'allattamento al seno. A discostarsi significativamente dalla media sono soprattutto le donne filippine, che nel 31,2% dei casi debbono ricorrere all'allattamento artificiale. Altri dati riguarda no invece il neonato: nel 62% dei casi, ad esempio, è stato messo al mondo un bambino di sesso maschile.
Per quanto attiene invece la scelta della struttura ospedaliera pubblica nella quale partorire, nell'80% dei casi la scelta è stata rivolta a una struttura della capitale: Nuovo Regina Margherita (33), Policlinico Umberto r (34), Policlinico Casilino (31), San Filippo Neri (25), San Camillo (15), Fatebenefratelli (9), Policlinico Gemelli (6). I motivi all'origine di queste scelte sembrano essere essenzialmente due. Il primo rimanda a una sorta di "catena amicale e parentale",per cui si sceglie di partorire nello stesso ospedale in cui ha partorito una connazionale; ciò vale soprattutto per le donne filippine, che privilegiano il NuovoRegina Margherita e il San Camillo. Il secondo, molto più frequente, è quello della vicinanza con la propria abitazione. Se però teniamo conto della varietà delle strutture ospedaliere interessate, varietà che presumibilmente rispecchia una distribuzione molto frastagliata delle donne straniere sul territorio, appare evidente l'importanza che ha svolto il Servizio nel divenire il punto di riferimento per donne così diverse e lontane, ma allo stesso tempo così simili nella richiesta di un sostegno per condurre a termine un'esperienza, come quella del parto, così significativa ed esaltante in una terra che troppe volte rischia di essere, oltre che straniera, anche avversa.
CONSIDERAZIONI SUL PROGETTO DI GRAVIDANZA
La prima considerazione riguarda la scelta di dove far vivere il proprio figlio. Decidere di non farlo vivere in Italia è un po' la cartina di tornasole delle molte difficoltà che le donne immigrate incontrano nel garantire al proprio figliouna crescita "normale".
Rimandarlo nel paese d'origine è forse il gesto di maggiore sfiducia nei confronti della nostra società e di maggiore sconfitta nei confronti di una politica migratoria che, nonostante l'immigrazione sia ormai un fenomeno più che ventennale, non sa ancora dare le giuste risposte ai problemi e alle esigenze posti dalla prima e poi dalla seconda generazione.
D'altra parte, anche coloro che decidono di far crescere il proprio figlio in Italia appaiono ben consapevoli dei problemi connessi a questa scelta. Molte donne, soprattutto quelle provenienti dal continente africano, dichiarano che la loro non è neanche una scelta, poiché i legami con il paese d'origine sono spesso recisi definitivamente a causa delle realtà politiche ed economiche, delle guerre da cui loro stesse sono state costrette a fuggire. In alcuni casi questa rottura impedisce di riprodurre in Italia abitudini culturali ben definite: tipico è il caso delle donne etiopi che per quaranta giorni dopo il parto rimangono inattive, ferme a letto.
Di fatto, diventa assolutamente impossibile riprodurre in Italia questo tipo di comportamento, che può essere realizzato grazie alla fitta rete di relazioni di solidarietà caratteristico della società etiopica.
Per le donne dell'Europa dell'est vi è invece la prospettiva di una soluzione diversa, quella cioè di ricostruire la propria famiglia qui. La donna in gravidanza cerca, così, di farsi raggiungere dalla madre, dalla sorella o da qualche altra parente per poter avere un aiuto diretto nel periodo dello svezzamento. Esse sono naturalmente favorite anche dalla vicinanza geografica e culturale con l'Italia.
Tutte le pazienti, comunque, esprimono forti dubbi sul futuro del proprio figlio. Una domanda tipica che le donne pongono, e che spesso contiene già in sé la risposta negativa, è: "Quale futuro può avere mio figlio se cresce in Italia?"
A fronte di questa consapevolezza di una sorta di "predestinazione negativa" che pesa sul futuro dei figli di genitori immigrati, vi è anche un'altra consapevolezza, espressa da coloro che prospettano un rientro in patria nel giro di 6-7 anni (e che abbiamo visto essere la maggioranza delle immigrate): quella di una difficile accettazione, nel momento del rientro in patria, dei bambini e delle bambine cresciuti in Italia. Questo discorso rinvia a numerosi altri temi, molti dei quali hanno suscitato in tempi recenti un acceso dibattito: basti pensare al problema della circoncisione femminile (Cirillo, 1989; Geraci et al., 1995; Bertollini et al., 1991).
Un problema molto sentito dalle famiglie musulmane riguarda poi l'educazione dei figli maschi, i quali, stando in Italia, corrono il rischio di adeguarsi a una mentalità molto diversa da quella presente nella patria d'origine, alla quale alla fine si farà sicuramente ritorno.
Più in generale, possiamo affermare che la prospettiva di far educare in Italia il proprio figlio obbliga le immigrate a dover accettare di entrare in un contatto più diretto con la nostra società. E proprio questo avvicinamento provoca numerosi timori, per sé e per il proprio figlio, che spesso hanno origine da una critica nei confronti di alcuni aspetti caratteristici della nostra società. Tra tutte possiamo ricordare le critiche al tipo di relazioni parentali presenti in molte famiglie italiane e allo stato di abbandono in cui vengono lasciati gli anziani (Di Cristofaro Longo, Morrone, 1995).
CONCLUSIONI
Ci sembra che, nel caso delle donne immigrate, la gravidanza coincida soprattutto con l'attivarsi di almeno tre diversi tipi di timori e angosce. Il primo riguarda strettamente i problemi di ordine sanitario, relativi all'andamento della gravidanza e del parto. Il secondo, invece, interessa soprattutto i problemi inerenti la riformulazione del progetto migratorio iniziale: la donna immigrata, cioè, si trova a dover adeguare la propria esperienza di "lavoratrice" a quella di "madre"; e questo adeguamento, proprio per le incertezze economiche, oltre che giuridiche, non sempre conduce a dei risultati positivi. Infine, il terzo tipo di timori riguarda direttamente il problema della necessità di un maggiore confronto con la società italiana, che da terra dove lavorare diviene anche terra dove educare il proprio figlio: il discorso si sposta così da problema essenzialmente economico a problema di tipo sociale. Si tratta, infatti, di un confronto in cui l'immigrata ha una posizione di debolezza, soprattutto per quello che riguarda i diritti umani (Morrone, 1995a). Riteniamo quindi auspicabile una presa di coscienza di queste problematiche legate all'immigrazione emerse nel corso dei colloqui, che consenta un ripensamento sulla nostra società, per renderla più rispettosa dei diritti di tutti, anche e soprattutto dei più deboli ed emarginati.
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