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Gioia Di Cristofaro Longo
QUADRO DI RIFERIMENTO TEORICO L'immigrazione è un fenomeno sociale, economico e culturale che mette più culture a confronto in posizione, per così dire, asimmetrica. La posizione, infatti, del paese di accoglienza è, senz'altro, più "forte"; è l'espressione di un potere che costringe l'immigrato in una situazione svantaggiata, che però non cancella assolutamente la realtà di un incontro/confronto, che più spesso è uno scontro tra due differenti culture. Alla base dello scontro c'è senz'altro l'incomprensione culturale, che parte proprio dal rifiuto, più o meno consapevole, del punto di vista dell'altro. Proprio l'assunzione dell'esistenza di diversi punti di vista, di diverse posizioni di osservazione consente di fare i conti con i problemi collegati all'identità culturale. Abbiamo già visto come tra cultura, salute e immigrazione esista uno strettissimo rapporto. Alcune precisazioni sul piano teorico consentiranno meglio di inquadrare questa realtà che vede due soggettività, a livello individuale e collettivo, interagire e legarsi in un rapporto reciproco. Ogni persona è parte di una cultura. Possiamo, anzi, affermare che la cultura è essa stessa elemento distintivo delle persone: non c'è cultura senza persona, cosi come non c'è persona senza cultura. Se l'intelligenza, sotto certi aspetti e con le dovute differenze, è comune anche agli animali, la cultura, invece, è tratto peculiare ed essenziale degli esseri umani. In termini molto sintetici, "cultura" può essere definito il modo di pensare, sentire, agire proprio di ogni persona facente parte di un determinato gruppo. Senza nulla togliere all'unicità e originalità della persona, bisogna al tempo stesso tenere presente che non esiste individuo che non sia inserito in un determinato gruppo, più o meno ampio, che ne definisce l'esistenza socioculturale. In termini più analitici, cultura può essere definito un complesso di valori, aspirazioni, atteggiamenti, orientamenti, nei confronti del quale si forma e si consolida un consenso per cui vengono prodotti attività, modi e tecniche di soluzione, strumenti di diffusione che gli appartenenti a un determinato gruppo, comunità, società percepiscono come ottimali e, quindi, degni di essere perseguiti. Kroeber definisce la cultura superorganica (Kroeber, 1983). Più precisamente, egli affem7a che la cultura è "sia superindividuale, sia superorganica". È interessante ripercorrere le motivazioni che spingono Kroeber ad attribuire queste caratteristiche alla cultura. Egli, infatti, precisa che superorganico non significa "non organico", indipendente, cioè, dalla vita organica; vuol dire semplicemente che la "cultura che ci troviamo di fronte è qualcosa che è organica, ma che è anche qualcosa di più che organica, se vogliamo comprenderla pienamente" (p. 237). Kroeber identifica il "più" della cultura in alcune sue proprietà quali la possibilità di essere trasmessa, la capacità di variare enormemente, di crescere, di avere standard di valore e influenza su oggetti in termini differenziati. In breve, conclude Kroeber, "la cultura è superorganica e superindividuale in quanto benché portata e prodotta da individui organici e, però, acquisita per apprendimento" Il contenuto della cultura viene trasmesso da un individuo all'altro e non è un patrimonio innato. La caratteristica, infatti, di ogni gruppo umano è quella di ereditare un patrimonio culturale rispetto al quale si rapporta in termini di originalità, dinamicità, processualità, interdipendenza, reciprocità. 1. Originalità. Ogni soggetto è unico, sia sotto il profilo biologico che culturale, aspetti inscindibili in ogni momento della sua esistenza. La sua interazione con la comunità di appartenenza lo porta ad avere caratteristiche comuni ad altri, quella che Ralph Linton (1945) chiama personalità di base, la matrice culturale, cioè, condivisa dagli appartenenti a un certo gruppo; ma la sua personalità culturale complessiva sarà il risultato creativo, assolutamente personale e irripetibile, delle sue azioni e reazioni all'ambiente in cui vive, agli eventi auto ed etero-diretti che segnano la sua esperienza. 2. Dinamicità. La cultura agita dal soggetto, che è sempre in divenire sia nel pensiero che nelle azioni, è anch'essa un divenire, legata cioè a mutamenti che il soggetto vive quotidianamente. 3. Processualità. È un aspetto correlato alla dinamicità. Le modalità con le quali si esplica la dinamicità rimandano alla complessità delle interazioni e interrelazioni esistenti tra soggetti presi sia singolarmente che in gruppi più o meno estesi. Relazioni che danno luogo a processi culturali secondo i quali si elaborano e organizzano gli elementi caratterizzanti l'identità stessa. 4. Interdipendenza. È l'elemento che caratterizza ogni tipo di relazione e ne descrive i livelli di interazione. Ogni identità, infatti, stabilisce un rapporto ineliminabile con l'alterità, intesa sia a livello individuale che collettivo. 5. Reciprocità. All'interno dell'interdipendenza si stabiliscono rapporti reciproci. La reciprocità, infatti, coglie l'interdipendenza partendo dall'esplicitazione del punto di vista. della prospettiva nella quale si conduce l'analisi e insieme, i suoi riflessi complementari nei soggetti e da parte dei soggetti che interagiscono nella stessa relazione reciproca. L'aspetto peculiare da tenere in considerazione è che nella relazione interdipendente e reciproca i soggetti, pur riferendosi a una medesima situazione, la interpretano con orientamenti e comportamenti diversi, come diversi sono i mondi culturali, gli interessi e i punti di vista che rappresentano, pur nella convergenza del rapporto che li vede legati e interagenti. Proprio la caratteristica della reciprocità pub aiutare a formulare in termini corretti il rapporto identità-cultura. Se, come si è detto, non esiste persona senza cultura e viceversa, appare evidente come, riferendosi alla persona, la cultura attraverso la quale i singoli soggetti formulano le proprie scelte e orientano i propri comportamenti coincida con la loro identità culturale, con l'apparato, cioè, simbolico, normativo e strumentale attraverso il quale essi si collocano in un determinato contesto culturale caratterizzato nel tempo e nello spazio. L'identità culturale, in sostanza, è la forma che la cultura assume nella concretezza storica del singolo soggetto. La cultura, analizzata in questa prospettiva, può essere definita come l'insieme delle identità interagenti all'interno di un determinato gruppo, comunità o società, legate tra loro da rapporti di interdipendenza più o meno direttamente determinati. Gli studi sul rapporto personalità-cultura (Linton, 1945) hanno messo in relazione due dimensioni appartenenti all'essere umano: quella psicologica e quella culturale in termini antropologici. Lo scambio estremamente fertile ha consentito di comprendere due livelli di diversità: la diversità tra individuo e individuo all'interno di una cultura (livello psicologico) e la diversità tra singole culture (livello antropologico). Avere consapevolezza della coesistenza di entrambe le dimensioni è premessa indispensabile per non cadere nella trappola dei pregiudizi culturali che definiscono un orientamento culturale molto più diffuso di quanto ognuno di noi sia disposto ad ammettere e che può essere definito come trionfalismo culturale e culturicentrismo (Tentori, 1987). Tale orientamento porta a considerare la propria cultura, ossia il proprio modo di pensare, sentire e agire, come la cultura ottimale. La dimensione antropologica, infatti, consente di comprendere come, di fronte a problemi identici (come i bisogni primari, secondo la definizione malinowskiana, i bisogni, cioè, di alimentazione, riparo, riproduzione, ecc.), diverse siano le risposte che le singole culture elaborano come le migliori per risolvere i bisogni stessi e che vanno a costituire la base, il sostrato comune dell'identità culturale di un soggetto in rapporto al gruppo, alla collettività, all'etnia, alla nazione di riferimento. L'identità, in sostanza, sta a indicare l'incontro, l'interazione tra l'individuo e la sua cultura di riferimento. In questo incontro avvengono processi individuali; e collettivi di mediazione_ adattamento riformulazione del sistema di riferimento come conseguenza della concreta azione e degli specifici orientamenti delle persone. Gli studi sull'identità culturale indicano, quindi, il risultato del continuo processo di rifunzionalizzazione del sistema culturale, fra tradizione e innovazione, e delle selezioni individuali e collettive in risposta a un bisogno culturale. L'identità e, quindi, un principio cognitivo, operativo e regolativo, per il quale un soggetto si orienta all'azione e sceglie tra più alternative possibili, preservando la sua coerenza psichica e culturale. Alternative che si dipanano tra rotture e resistenze, attraverso le quali la cultura procede insieme all'uomo; rotture e resistenze che, nel corso del tempo, possono essere più o meno ampie, più o meno evidenti. L'identità è, in una parola, l'apparato simbolico e strumentale attraverso il quale un soggetto si colloca in un determinato contesto culturale caratterizzato nel tempo e nello spazio. Ogni identità culturale è formata da elementi costitutivi e distintivi. Gli elementi costitutivi di una determinata identità sono quelli che la caratterizzano in positivo, che fanno si che essa sia in un determinato modo piuttosto che in un altro. Gli elementi distintivi sono quelli che distinguono un'identità dalle altre, in un'ottica comparativa che offre all'uomo quegli indispensabili strumenti cognitivi di classificazione del mondo che sono alla base degli orientamenti operativi; orientamenti che l'individuo acquisisce nei primi anni di vita della sua comunità di appartenenza, attraverso il processo di inculturazione, e che successivamente rielabora. IL TERRENO DI COLTURA DEL PREGIUDIZIO Quando gli elementi distintivi sono radicalizzati, a danno degli elementi costitutivi, si instaurano stereotipi o forme, più o meno gravi, di razzismo. L'opacizzazione di ciò che è a fondamento delle identità, colte nella loro molteplicità e varietà, e la condizione per la quale si attua un grave e pericoloso processo di omologazione, niente affatto corrispondente alla realtà. In questo secolo il problema è avvertito in maniera più forte in relazione anche ai mutati scenari mondiali. Tre, sostanzialmente, sono le mutazioni antropologiche che caratterizzano questo secolo, sia a livello interpersonale che collettivo. A livello interpersonale: il processo, veramente rivoluzionario, di ridefinizione delle identità di genere, femminili e maschili. Si tratta di una realtà in atto, pur nella diversità delle situazioni economiche, politiche e sociali, in tutto il mondo, una vera e propria trasversalità (si vedano i Congressi mondiali dell'ONU, in particolare quello di Pechino del settembre 1995). A livello collettivo: si verificano essenzialmente due fenomeni; la planetarizzazione degli orizzonti di riferimento, sia a livello politico nazionale sia a Questa realtà offende gli stranieri: essi la percepiscono come una grande ingiustizia, in quanto si sentono negati nella propria individualità, possibilità e occasione di comunicazione sulla base delle proprie comuni radici. Questo da parte dello straniero. Da parte dell'autoctono, si riscontra una conseguenza meno percepibile e visibile, ma ugualmente grave: la privazione di un'esperienza "bilaterale", di una possibilit8 di acquisire nuove conoscenze, nuovi atteggiamenti, nuove abilità. L'incontro con l'altro, per essere vero, deve essere un incontro reale, un incontro che sia frutto di comunicazione, trasmissione di conoscenza, effetto di esperienza, risultato di riconoscimento. LA RICERCA SUL DISAGIO CULTURALE IN RAPPORTO ALL' INSORGENZA DELLE MALATTIE Questa ricerca è stata organizzata e condotta da due istituzioni di ricerca, la cattedra di Antropologia culturale della facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza di Roma e il Servizio di medicina per gli immigrati dell'Istituto scientifico dermatologico (IRCSS) Santa Maria e San Gallicano di Roma. Dal momento iniziale della ricerca alla sua conclusione, ciascun membro dell'équipe antropologica è profondamente cambiato. Partiti da un atteggiamento di implicita benevolenza, siamo arrivati "consapevoli" e arricchiti di conoscenze che non sospettavamo. Si è realizzato, in sostanza, quel processo di reinterpretazione culturale reciproco di cui parla Herskovits: entrambi i soggetti intervenuti nella ricerca sono ambiati. Il dato di dinamicità e processualità della cultura spesso ci sfugge. Non si considera mai veramente il fatto che in ogni incontro ogni persona cambia in meglio o in peggio, ma non rimane mai uguale a se stessa. Alcuni dati e informazioni rinvenuti dalla ricerca hanno abbattuto consolidati stereotipi: - gli immigrati non sono tutti uguali: esistono, spesso, più differenze tra loro che tra noi e loro; - gli stranieri non portano malattie: il più delle volte si ammalano in Italia a causa di un disagio culturale legato a condizioni di esistenza di stress o materiali (cap. 1); - possiedono in alta percentuale (64,7%) un'istruzione universitaria. L'incontro con alcune persone, laureate e specializzate, costrette all'emigrazione da motivi economici e politici, ha profondamente cambiato noi stessi: non è stato più un incontro "gentile" o dettato da buone intenzioni (il tentativo di assicurare un diritto umano irrinunciabile, per molti stranieri negato, il diritto alla salute), ma un'occasione preziosa nella quale capire meccanismi che, mano a mano che entravamo nella comprensione dei processi, sentivamo sempre meno estranei, sempre meno distanti. Gli stranieri intrecciano rapporti per lo più buoni con gli italiani; altrimenti, soffrono di episodi di razzismo più o meno gravi e. cosa sorprendente. si irritano profondamente di fronte ad atteggiamenti immotivatamente e pregiudizialmente "buoni", che ugualmente avvertono come stigmatizzanti. Sorprendente è anche il fatto che lo straniero vive - a volte, per non dire spesso - una condizione di straniero a se stesso poiché egli è in fase di elaborazione, di costruzione di una cultura nuova frutto di sinterizzazioni che riguardano tutti. Bisogna avere coscienza del fatto che l'apprendimento e lo sviluppo personale sono "viaggi permanenti" senza meta fissa, e che per questo è necessario avere consapevolezza dello sviluppo storico, avere una coscienza giuridica, individuare il ruolo della legge nella società e sviluppare le ragioni della solidarietà. La mondializzazione, infatti, richiede un allargamento delle conoscenze e un incremento di criteri di analisi e di giudizio. Tutto ciò passa per la parola: parola detta, parola ascoltata, parola che crea una realtà culturale definita. Ogni parola si collega a un'altra, alle altre; ogni parola genera un pensiero, un pezzo di cultura, un valore, un orientamento, un comportamento. Le parole sono legate tra loro da una catena identificante, che dalle parole trae sostanza e direzione culturale. I risultati più significativi della ricerca I dati che seguono riguardano un gruppo di 700 persone straniere che si sono rivolte all'ambulatorio di medicina per l'immigrazione dell'IRCSS. Si tratta di persone che hanno accettato di offrire la propria collaborazione a un colloquio con un antropologo per un'approfondita intervista strutturata, con ampia possibilità di comunicazione di vissuti esperienziali. Dati e comunicazioni autobiografiche costituiscono, pur nella brevità e occasionalità dell'incontro, un contributo per la comprensione di situazioni esistenziali che devono essere colte sotto un duplice aspetto: 1. Il primo, interno alla vicenda migratoria, per cercare di capire quali realtà hanno portato alla decisione, così importante e radicale, di emigrare. 2. L'altro, riguardante fattori culturali, sociali, economici, politici, ma soprattutto "umani" che vengono a trovarsi in un rapporto di interdipendenza che coinvolge sia la società di accoglienza che gli stranieri immigrati. Interdipendenza, reciprocità, identità planetaria sono i concetti cardini su cui ruota l'evento migratorio. Un errore frequente di valutazione si traduce in un atteggiamento culturale che potremmo definire di "estraniazione", di distanza dallo straniero. Ogni persona all'interno della cultura (intesa nel senso che abbiamo detto) è in interrelazione diretta e indiretta con l'altro: le vicende dell'uno si ripercuotono sull'altro. La nostra cultura trova difficoltà a riconoscere questa realtà e, conseguentemente, a comportarsi in maniera coerente. La ricerca interdisciplinare (antropologia culturale e medicina), come si è detto, si e proposta l'obiettivo di collegare cognitivamente l'evento malattia con le situazioni culturali con le quali la persona immigrata si trova a convivere. Elementi quali la biculturalità, la multiculturalità, la diversità delle figure terapeutiche nelle due culture, le condizioni socio-sanitarie presenti nel processo migratorio sono tutti fattori che connotano e definiscono la vicenda migratoria nella sua dimensione culturale. Non c'è aspetto che non coinvolga e non abbia ripercussioni specifiche su tutti: la salute è l'ambito esemplare di questa reciprocità. Se è, infatti, fondamentale rispettare il diritto alla salute, è anche vero che la prevenzione è un valore il cui beneficio ricade su tutti gli immigrati e la cosiddetta società di accoglienza. Prima di addentrarci nei dati, soffermiamoci un momento sul dato per eccellenza, quello cioè che riguarda l'incontro tra due esseri umani. Dopo un primo inevitabile momento di reciproco imbarazzo, che nell'esperienza va a ridursi sempre più, scatta la scintilla di un incontro che esce dalla genericità e "asetticità" del numero e recupera la sua dimensione di esperienza unica, irripetibile, nuova. In questo senso, i ricercatori dell'équipe antropologica hanno fatto esperienza di quel processo di reinterpretazione culturale, più o meno consapevole, ma inevitabile, che investe i protagonisti delle due culture che vengono a contatto. Ancora una parola sul concetto cardine della ricerca: la categoria del disagio culturale. Con l'allocuzione disagio culturale si intende fare riferimento alla realtà culturale, problematica e spesso conflittuale conseguente all'impatto tra due culture. In questa prospettiva, si profila l'opportunità di uno specifico ambito di antropologia medica che si faccia carico dello studio della malattia, inquadrandola nelle concezioni e rappresentazioni culturali generali in cui è inserita e che riguardano molteplici aspetti, da quelli biologici ed ecologici a quelli sociali e culturali all'interno di un sistema di valori complessivo di riferimento. Si tratta di un'analisi situazionale all'interno della quale bisogna tener conto, da una parte dei processi di adeguamento delle aspettative e dell'immaginario antecedente la partenza dell'immigrato con la realtà del paese di arrivo, dall'altra dell'immaginario, altrettanto ricco sul piano simbolico, del paese accogliente e che ha una visione sintetica, generica, omologata dell'immigrato; un paese accogliente che percepisce i tratti culturali dello straniero in termini del tutto riduttivi. Tralasciare tale dimensione culturale equivale a "oscurare" una parte importante della personalità culturale di entrambi i soggetti che entrano in relazione nella vicenda migratoria, sia a livello del singolo che della collettività, a scapito della possibilità di instaurare processi comunicativi positivi. I dati che presentiamo riguardano donne (71%) e uomini (29%) di età prevalente, per il 59,9%, dai 20 ai 30 anni e, per il 28,8%, dai 30 ai 40 anni. L'area geografica di provenienza è l'Africa, 48,80/0, seguita dall'Asia, 19,9% e dall'America Latina, rappresentata dal 13,3% (Fig. 3.1). Nella grande prevalenza (88,8%), gli immigrati provengono da aree urbane (Fig. 3.2). Le religioni più rappresentate sono la musulmana (35,5%) e, in eguale misura, la cattolica (Fig. 3.3). Un dato importante e insospettato riguarda l'istruzione che si distingue in: istruzione superiore (nel 39,4%), istruzione universitaria (nell'8,7%) e, laurea (nel 16,6%). A questi dati va aggiunto un 17,7% di persone che non hanno ultimato le scuole superiori (Fig. 3.4). Tra coloro che non hanno ultimato gli studi, molti sono fuggiti dal loro paese per motivi politici. Ci è rimasta impressa ad esempio l'affermazione di una ragazza indiana che ha spiegato di non voler tornare in India perché "vent'anni sono troppo pochi per morire di guerra". Sorprendono i dati riguardanti la conoscenza della lingua: il 41% oltre alla lingua madre conosce in modo accettabile l'italiano; il 90% lo parla abbastanza bene; il 53% parla, oltre all'italiano, l'inglese; il 26% conosce anche una terza lingua, il francese o lo spagnolo. Le condizioni economiche di partenza sono state valutate dall'immigrato: elevate nel 20% dei casi, medio-alte nel 28%, medio-bassa nel 28% e basse nel 22,2%. Come si può notare, i dati che si riferiscono alle condizioni alte e medio-alte e quelli relativi alle condizioni basse e medio-basse praticamente si equivalgono. Sorprende il dato relativo alle medio-alte. Verrebbe spontaneo domandarsi allora il motivo dell'emigrazione. La risposta è semplice: si tratta di condizioni relativamente medio-alte che, però, data la povertà assoluta del paese, non sono sufficienti a garantire la sopravvivenza. E per questo, infatti, che decide di emigrare colui che ha più "moneta" in termini culturali da spendere, ritenendo questa la sola via anche per offrire un aiuto sostanziale alle proprie famiglie e, soprattutto, ai fratelli e alle sorelle più piccoli. Coerentemente con quanto detto, emerge che, per il 70% degli intervistati, è il primo membro della famiglia a emigrare (Fig. 3.5). Nel 53,3% dei casi si tratta di migrazione di transito, mentre nel 46,7% si tratta di una scelta definitiva. Sostanzialmente coerente risulta il dato per il quale intende ritornare nel proprio paese il 46%, l'11,6% è incerto e il 40% non intende rientrare. Il 50,6% dei casi è in Italia da più di 3 anni, il 40% da 1 a 3 anni (Fig. 3.6). Il motivo dell'emigrazione è economico nel 62% dei casi e politico nel 17% (Fig. 3.7). Il 64% non ha permesso di soggiorno; tra costoro il 48% è entrato in Italia con un visto turistico. Il 26% dei casi ha ricevuto aiuto per emigrare da parenti, il 20% da amici, e il 42% ha affrontato il viaggio migratorio da solo (Fig. 3.8). L'Italia è stata scelta per la presenza di parenti e amici nel 26% dei casi, per la facilità dell'ingresso nel 17% e per la previsione di lavoro facile nel 13%; per motivi di studio e politici, vedendo cioè nell'Italia un paese libero e democratico nel (7%); negli altri casi, per motivi religiosi, interessi culturali, soprattutto artistici, nei confronti del nostro paese (Fig. 3.9). Il contatto con le associazioni è prevalentemente con quelle di volontariato religioso e riguarda, soprattutto, la somministrazione dei pasti (17%), l'alloggio (41%) e servizi vari (11,5%). In prevalenza si rivolgono alla Caritas e alla Comunità di Sant'Egidio (Fig. 3.10). Il 17% dei casi svolge lavoro domestico, il 20% lavoro occasionale, il 33% si dichiara disoccupato (Fig. 3.11). Il reddito viene impiegato per il proprio mantenimento e quello della famiglia di origine nel 33% dei casi, nel 13% per il proprio mantenimento e per la famiglia in Italia (Fig. 3.12). È celibe o nubile il 64% dei casi. Nel 60% dei casi di persone sposate, il coniuge vive nel paese di origine. Rispetto a prospettive future, il 53% intende rimanere a Roma, il 29% ritornare nel paese di origine, l'11% emigrare in altra nazione (Fig. 3.13). Il dato drammatico riguarda proprio le separazioni familiari: nel 90% dei casi i figli sono divisi, alcuni in patria, altri in Italia. Le coabitazioni in casa riguardano, nel 46% dei casi, da 2 a 4 persone; nel 30% dei casi, da 5 a 8 persone. Molti dichiarano, però, di non avere fissa dimora (Fig. 3.14). Il 68%, quando è possibile, consuma i pasti a casa; ha luoghi di riunione nel 40% dei casi. Il 70% dichiara di avere buoni rapporti sociali con gli italiani, il 3% soddisfacenti, solo il 2% dichiara esplicitamente che i rapporti sono cattivi (Fig. 3.15). Ben il 64% dichiara di avere rapporti di amicizia con gli italiani, mentre il 35% dichiara esplicitamente di non averne affatto (Fig. 3.16). Interessanti si sono rivelate le risposte alla domanda: "Che cosa piace dell'Italia?". Il 22% dichiara la gente, il 22% l'arte, l'11% la possibilità di lavorare, il 7% il clima, ancora il 7% la situazione politica, il 4% la libertà, il 4,4% tutto, il 2,2% i luoghi, il 2% la lingua (Fig. 3.17). Significative sono state anche le risposte alla domanda: "Che cosa non piace dell'Italia?". Il 24,4% risponde la confusione, il 48,8% la gente, il 13% la discriminazione razziale, il 26% dice che non gli dispiace niente, il 2% la situazione politica, ancora il 2% la lontananza dalla famiglia, l'11% risponde: "Non so" (Fig. 3.18). I problemi che gli immigrati avvertono come i più urgenti riguardano il lavoro (50,6%), la distanza dalla famiglia, la mancanza dei documenti, la salute. E proprio su quest'ultima facciamo una considerazione conclusiva. Il rapporto con le malattie ci rimanda a una realtà estremamente significativa. La metà circa, il 51,7%, ha malattie che possono essere ricondotte allo stress: dermatiti, alopecie, allergie, psoriasi; nel 15,5% dei casi sono sieropositivi. Gli altri casi si distribuiscono per acariasi, scabbia, pediculosi, bronchiti: tutte situazioni che rimandano a scarse condizioni igieniche. Non vogliamo trarre conclusioni deliberatamente. La ricerca è ancora in atto: questi sono dati parziali, ma che vengono significativamente a ribadire i risultati della prima fase della ricerca (Di Cristofaro Longo, Morrone, 1995). Ne emerge un identikit di immigrato prevalentemente istruito, giovane, proveniente soprattutto dall'Africa e dall'Asia, ma significativamente anche dall'America Latina, diviso a metà tra il desiderio di tornare a casa e l'orientamento positivo nei confronti di una migrazione ormai definitiva. I motivi dell'emigrazione sono sempre gli stessi: in prevalenza economici, poi politici. Un dato freddo che ci rimanda l'immagine di un mondo per tre quarti in gravi situazioni di indigenza, se non proprio fame, coinvolto in conflitti dalle connotazioni drammatiche. Qual è il nostro orientamento nei loro confronti? Si tratta sempre di un atteggiamento ambivalente che ci divide tra persone disponibili (che purtroppo fanno poca notizia)e persone indisponibili, se non proprio intolleranti. In questa prospettiva possono non suonare vane, a più di due secoli di distanza, le parole della preghiera di Voltaire sulla "Tolleranza": Non più dunque agli uomini mi rivolgo: ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi. Se è permesso a deboli creature, perdute nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osar domandare qualcosa a te, a te che hai dato tutto, a te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, degnati di guardar con misericordia gli errori legati alla nostra cultura. Che questi errori non generino le nostre sventure. Tu non ci hai dato un cuore perché noi ci odiassimo, né delle mani perché ci strozzassimo. Fa che ci aiutiamo l'un l'altro a sopportare il fardello d'una esistenza penosa e passeggera; che le piccole diversità tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue insufficienti, tra tutti i nostri usi ridicoli, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre condizioni ai nostri occhi cosi diverse l'una dall'altra, e così eguali davanti a te; che tutte le piccole sfumature che distinguono questi atomi chiamati uomini, non siano segnale di odio e di persecuzione; che coloro i quali accendono ceri in pieno mezzogiorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro i quali coprono la veste loro d'una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa portando un mantello di lana nera; che sia eguale adorarti in un gergo proveniente da una lingua morta, o in un gergo più nuovo. Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
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