Editoriale
sommario
| Perché un nuovo Istituto?
Esiste ormai un indubbio rapporto che lega fra loro fenomeni complessi quali l'espansione delle migrazioni nel mondo, la crescita della povertà in molti paesi, non solo i cosiddetti " in via di sviluppo", ed il livello di salute di una popolazione. Si tratta di relazioni complesse che interrogano anche la capacità dei sistemi sanitari di affrontare le sfide che nascono da questo profondo mutamento, che sta attraversando tutti i paesi globalmente.
Il fenomeno migratorio, pure essendo presente nella storia dell'umanità fin dai suoi albori, è oggi divenuto una realtà globale, strutturale e dalla velocità estremamente rapida.
Secondo l'ONU, nel 2005, 191 milioni di persone vivevano fuori dal loro paese d'origine: ovvero il 2,9% della popolazione mondiale (6 miliardi e 464 milioni). Il 59% di queste persone è diretto nei paesi ad alto reddito, mentre la restante parte migra nei paesi meno sviluppati.
In Italia la presenza di stranieri supera oggi il 7% della popolazione totale. Più di uno ogni cinque stranieri è un minore, di cui circa un decimo è nato in Italia da genitori stranieri.
Nel 2003, secondo un'indagine Eurostat, erano 56 milioni i cittadini europei a rischio di povertà: una
massa di persone che vive quotidianamente il dramma dei bassi salari, della disoccupazione di lunga durata, della mancanza di una abitazione e della povertà delle loro famiglie.
Intrecciata, ma anche distinta dal fenomeno migratorio, appare l'evidenza dell'ampliamento delle disuguaglianze di salute ( health divide ) generate dal contesto sociale a sfavore delle fasce deboli della popolazione in molti paesi. Secondo l'Ufficio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che si occupa dell'area europea (870 milioni di persone, dal Mediterraneo al Pacifico), l'aspettativa di vita alla nascita nella regione si sta differenziando significativamente: mentre sfiora gli 80 anni per i paesi dell'Unione, è di circa dieci anni inferiore per la media della regione europea.
In Italia il fenomeno della povertà è purtroppo presente: nel 2005 le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2 milioni 585 mila, pari all'11,1% delle famiglie residenti. Si tratta complessivamente di 7 milioni 577 mila persone, il 13,1% dell'intera popolazione. Questa povertà è concentrata nelle regioni del Mezzogiorno, dove raggiunge il 24%, ovvero una famiglia su quattro.
Le disuguaglianze di salute generate dal contesto sociale a sfavore delle fasce deboli della popolazione sono presenti anche in Italia, colpiscono sia italiani che stranieri, molto più in ragione delle loro condizioni sociali, di vita e di lavoro che dell'appartenenza etnica. Appare quindi necessario proporre la sperimentazione di attività di ricerca, diagnosi, cura e formazione che affrontino questo tema e promuovano le azioni di contrasto che il sistema sanitario può efficacemente costruire contro l'emergere della salute diseguale, a favore degli italiani come degli stranieri. Questo lo scopo principale che ha guidato la costruzione dell' Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto alle malattie della povertà , istituito con la legge finanziaria 2006.
L'Istituto Nazionale intende promuovere un lavoro di rete fra diversi Centri di Riferimento Regionali che, a partire dal Lazio, dalla Puglia e dalla Sicilia, sperimentino sul campo questo percorso di ricerca, prevenzione, assistenza specializzata e formazione. Parallelamente occorre costruire una rete con i centri internazionali, a partire dall'OMS, che affrontano queste tematiche emergenti nel contesto più vasto dell'Europa e dei paesi dell'Est, come anche di quelli in via di sviluppo.
Nel prossimo mese di novembre si svolgerà il 1° Convegno organizzato dal nuovo Istituto e dall'Ufficio Europeo per gli Investimenti per la Salute e lo Sviluppo (OMS) di Venezia: " Poverty and Health Technical Consultation " (vedi pag. 317). Il confronto aperto con le soluzioni sperimentate da altri sistemi sanitari, l'apprendimento dei successi, così come degli errori, può rappresentare uno stimolo ed un apporto prezioso per affrontare il problema emergente del contrasto a livelli di salute profondamente diseguali.
Occorre promuovere la consapevolezza che è necessario invertire il circolo vizioso che, a partire dalle svantaggiate condizioni di vita e di lavoro, produce una riduzione del livello di salute nei gruppi deboli della popolazione che, a sua volta, aumenta il peso economico delle spese sanitarie evitabili e peggiora il livello socio-economico di questi gruppi. Per la parte che compete ai sistemi sanitari anch'essi debbono promuovere un inverso circuito virtuoso: la riduzione delle disuguaglianze di salute comporta una minore spesa sanitaria evitabile ed aumenta le possibilità di inserimento sociale e lavorativo.
La povertà, il grado di deprivazione relativa dei processi di esclusione sociale in ogni paese hanno un impatto considerevole sulla salute della sua popolazione. Anche nazioni come l'Italia in cui il benessere economico sembra essere molto elevato, il fenomeno dell'esclusione sociale e della marginalità presenta un'incidenza crescente. In questi ultimi anni si è assistito ad un aumento sia delle disuguaglianze di salute che di esclusione sociale e le fasce di popolazione più emarginate si sono ampliate per l'arrivo di molti stranieri da paesi poveri.
La salute degli immigrati è spesso condizionata dalla accumulazione di molte condizioni di privazione relativa e di esclusione sociale, con particolare riferimento ad una alimentazione spesso carente, alla mancata tutela sul luogo di lavoro, a condizioni abitative scadenti, alla presenza della detenzione in carcere, alla prostituzione con alto rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili ivi compresa l'infezione da HIV.
Un altro elemento importante sui determinati sociali della salute è costituito dal livello di istruzione delle persone: è noto che, a parità di altri fattori, il rischio di ammalarsi e di morire decresce con l'aumento del livello di istruzione.
E' necessario quindi analizzare i principali determinati di salute con politiche di intervento globale ed offrire servizi che possano ridurre e migliorare le discriminazioni di genere, età, istruzione, reddito, condizione sociale e lavorativa.
Occorre rilanciare una politica della salute sui determinanti sociali, il contesto ambientale e le iniquità presenti nella popolazione. Si tratta di favorire l'equità nell'accesso ai servizi socio-sanitari di persone con bisogni disuguali, che devono ricevere interventi socio-sanitari appropriatamente dissimili e comunque garantire uguali opportunità di acceso alle popolazioni per contribuire a ridurre le disuguaglianze.
È necessaria inoltre una rilettura dei bisogni di salute percepiti dalla popolazione per poter demedicalizzare una domanda di salute che spesso è artificiosamente e irresponsabilmente rivolta verso uno sfrenato consumismo farmacologico e di prestazioni sanitarie molto costose, assolutamente inappropriate, inefficaci, spesso inutili e talvolta dannose.
Un Istituto Nazionale può meglio elaborare una health impact assessment ed una capacity building che migliori l'organizzazione, le motivazioni del personale, le risorse, la partnership e la leadership di una vera politica di promozione della salute. Ciò deve essere fatto non solo in collaborazione con l'OMS, in particolare con l'Ufficio per gli Investimenti per la Salute e lo Sviluppo di Venezia, ma anche con il mondo del lavoro, della scuola, dell'ambiente, con le associazioni dei malati, le famiglie ed i sindacati.
Oggi è possibile partire dal fenomeno migratorio e dalle condizioni di svantaggio sociale per accettare la sfida che ci pongono e rilanciare una forte politica di promozione della salute, per uno sviluppo e una dignità per tutti, nessuno escluso.
Aldo Morrone
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