"Frontiera Sud. Questo confine è stato posto nellanno VIII del Regno di Sesotris III, Re dellAlto e Basso Egitto, che vive da sempre e per leternità. Lattraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibito a qualsiasi nero, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino".
Queste parole erano scritte su una stele rinvenuta nel Sud dellEgitto, risalente al XIX secolo a.C. ed è forse uno dei primi documenti che legittima la discriminazione tra gli uomini, in base al colore della pelle.
Hanno ancora valore scientifico le suddivisioni in razze che si continuano ad usare in ambito medico? Ha senso parlare di razza dal punto di vista scientifico? Chi sono i Caucasici? Sono mai esistiti? Proviamo a rispondere ad alcune di queste domande.
La classificazione di Linneo
Il desiderio di mettere ordine nelle conoscenze ha spinto vari studiosi a classificare gli esseri umani, così come la flora e la fauna. Uno dei primi ad affrontare questo compito è stato Carl von Linné, detto Linneo (1707-1778 ).
Linneo formalizzò scientificamente, nel 1758, le differenze tra le popolazioni dei diversi continenti. Dato che lordine dei primati (che Linneo inventò) comprende diverse generi, fra cui il nostro genere Homo, e che il genere Homo, pensava Linneo, comprendesse due specie, lHomo sapiens (noi) e lHomo nocturnus (gli scimpanzé), quante sottospecie comprendeva la specie Homo sapiens?
Il naturalista decise che ce nerano cinque: lHomo sapiens monstruosus, che riuniva gli individui affetti da malformazioni congenite, e quattro tipi "geografici":
- Homo sapiens americanus,
- Homo sapiens europaeus,
- Homo sapiens asiaticus,
- Homo sapiens afer.
Da scienziato obiettivo, Linneo sosteneva di applicare ai gruppi umani le stesse regole di qualsiasi altra specie. Dobbiamo riconoscere che le caratteristiche definite da Linneo per distinguere le sottospecie geografiche erano ridicole generalizzazioni, che rientrano spesso nel campo della pura calunnia e in generale staccate da qualsiasi attributo biologico. Così, lHomo sapiens americanus è tenace, soddisfatto, libero, rosso, impassibile e ha un brutto carattere; lhomo europeus è sportivo, vivace, pieno dinventiva; lhomo asiaticus è austero, orgoglioso e avaro; lhomo afer astuto, lento e negligente. Linneo è figlio comunque del suo tempo soprattutto nel considerare gli europei superiori a ogni altro popolo. Ma è proprio in quellepoca che diventa scientifica lidea di una divisione fra quattro tipi umani fondamentali. Oggi sappiamo che le sottospecie del Diciottesimo secolo non sono né divisioni nette fondamentali della nostra specie né suddivisioni biologiche. È questa la principale illusione introdotta da Linneo: la legittimazione scientifica di una divisione degli uomini in un piccolo numero di gruppi distinti e omogenei.
Tuttavia per quanto arbitraria sia la sua correlazione tra aspetti fisici e mentali, e per quanto questa abbia già un sapore razzista, non usò mai il termine "razza", ma quello di varietà.
Blumenbach e i Caucasici
Il primo a proporre una classificazione dellumanità in base al colore della pelle e ad altri caratteri esteriori visibili fu Johan Friedrich Blumenbach (1752-1840). Blumenbach è anche il primo ad utilizzare il termine caucasico nel linguaggio clinico-antropologico. (1) La sua prima pubblicazione in latino era stata la tesi di dottorato, svolta nel 1775, in cui suddivide lumanità in base al colore della pelle. (2) Successivamente, nel 1776 e nel 1781, sottolinea in due diversi libri questa classificazione con la quale distingue cinque "varietà" (3-4) :
la caucasica (di pelle bianca, capigliatura bruna, con ossa molari non prominenti, naso stretto, ricurvo e assai alto, mento pieno e rotondo), insediata in Europa - tranne che in Lapponia e nella regione finnica - in Asia occidentale, fino al Gange e in Africa settentrionale;
la mongolica (dalla pelle bruno gialla, capigliatura nera, naso appiattito, apertura palpebrale stretta con piega sullangolo interno) insediata nei territori asiatici non occupati dagli europei e comprendente, inoltre, i Finni, i lapponi e gli inuit;
la etiopica (di pelle nera, capelli lanosi, faccia stretta e sporgente nel tratto inferiore, ecc.), comprendente tutti i popoli africani eccetto quelli del nord del continente;
la americana (dalla pelle color rame, capelli neri) comprendente tutti gli abitanti delle due Americhe eccetto gli inuit;
la malese (di pelle bruno scura, capelli ricciuti, con naso pieno, bocca larga) comprendente tutti gli abitati delle isole del Pacifico.
Nella terza edizione del 1795 del suo testo "De generis humani varietate nativa liber" e successivamente nel 1798 nella prima edizione in tedesco del suo trattato utilizza il termine "caucasico" (5) riprendendolo da un interessante libro di un viaggiatore francese, Jean Chardin (1643-1713) che aveva attraversato la regione del Caucaso verso la fine del XVII secolo (6). Questo viaggiatore nella prefazione del suo diario di viaggio scriveva come si sentisse entusiasta per i viaggi e specialmente dei due che aveva fatto in India ("lestrema passione che ho sempre avuto per i viaggi me ne ha fatto intraprendere due nelle Indie Orientali"). Egli dichiara che "il sangue di Georgia è il più bello dellOriente e posso dire del mondo. Non ho mai notato un viso brutto in quel paese, tra luno e laltro sesso; ma ve ne ho visti di Angelici
". Non vi si trova alcuna relazione diretta con il colore della pelle. Ma basta dire che durante i secoli la bellezza delle schiave circasse (quasi un sinonimo di caucasiche, se ci si riferisce ai vicini abitanti di questa regione del Caucaso) è stata proverbiale in Oriente ("che fanno la delizia dei serragli musulmani").
Utilizzando il termine "caucasico" però, egli si riferisce alla bellezza di un popolo il cui nome deriva da quello del monte Caucaso, a sud del quale vive in una regione chiamata Georgia. Egli quindi non si riferisce al colore della loro pelle, ma alla loro bellezza sottolineando questa varietà "Varietas Caucasia. Nomen huic varietati a Caucaso monte, tum quod vicinia eius et maxime quidam australis plaga pulcherrimam hominum stirpem, Georgiam foveat
".
Lespressione "caucasico" è utilizzata dopo per designare i popoli dalla pelle bianca. Essa è entrata nel linguaggio medico per la designazione generica dei bianchi. Dobbiamo tuttavia essere coscienti della realtà, per cui ci sono dei popoli caucasici che non sono affatto bianchi. Cè una distanza tra lIrlanda e il Panjab o i confini dellAbissinia e gli ebrei falasha. Già Cuvier nel 1799 ne aveva già discusso, e le discussioni sono ancora attuali (7) . In effetti, in tutti i continenti ci sono dei popoli dalla pelle più o meno pigmentata. I dermatologi si preoccupano talmente dei fototipi cutanei, che non devono dimenticare che i popoli che vivono nelle condizioni di irradiazione ultra-violetta più intense, come sullaltipiano del Tibet o nellAmerica del Sud, non sono affatto con la pelle più scura. E un abitante del Panjab o del Belucistan può essere molto ben pigmentato anche se caucasico. Blumenbach già intuì questo processo e per tale motivo preferisce il termine "varietà", facendo rilevare che è impossibile tracciare una linea divisoria chiara tra i colori della pelle e che non esiste una varietà umana caratterizzata dal colore e da altri elementi fisici esterni così ben definiti da non poter essere connessa ad altre da uno scarto quasi impercettibile. Oggi più correttamente dovremmo parlare di gruppi di popolazioni o di etnie o di clini, eliminando il termine razza, non solo perché inesistente sul piano biologico, ma perché privo di alcun fondamento scientifico e quindi inutile sul paino clinico.
Quando diciamo o scriviamo "caucasico", dovremmo ricordarci dellorigine storica di questo termine, del suo impiego in senso errato, dellepoca nella quale è entrato nella letteratura scientifica e del senso che oggi intendiamo dargli o meno (8) .
I colori della pelle
La razza, non determina il colore della pelle, e il colore della pelle non definisce la razza. Possiamo quindi concludere che così come non esiste una "razza nera" non esiste una "razza caucasica" e che il colore della pelle di un individuo è dato dall interazione di diversi fattori biologici e genetici.
A sostegno di questa ipotesi multigenica sta il fatto che il colore "nero" non è dominante in natura. Il discendente di una famiglia mista spesso mostra una variazione significativa del colore della pelle e la pigmentazione, inoltre, può variare anche durante la durata della vita dellindividuo, per la diminuzione del numero dei melanociti attivi DOPA-positivi che accompagna linvecchiamento. Ma allora a cosa sono dovute le differenze che possiamo osservare tra gli individui?
Possiamo sintetizzarle in tre elementi principali: fattori genetici, adattamento alle condizioni ecologiche e adattamento alle condizioni climatiche, non dimenticando che, come afferma Cavalli-Sforza, non è facile distinguere tra eredità biologica ed eredità culturale. (9)
È sempre possibile che le cause di una differenza siano di origine biologico, o meglio genetico, o che siano dovute ad apprendimento, cioè di tipo culturale, o che ambedue le fonti diano un contributo. E proprio a questo adattamento possono essere correlate le caratteristiche somatiche degli abitanti della Terra, che si diversificano nel colore della pelle, colore degli occhi, colore dei capelli, forma del naso, dimensioni del corpo.
Il colore nero della pelle protegge coloro che vivono vicino allequatore, dalle radiazioni ultraviolette, che possono produrre epiteliomi cutanei. Nei climi caldo-umidi, come nella foresta tropicale, conviene essere piccoli per aumentare la superficie rispetto al volume, ridurre il fabbisogno di energia e produrre quindi meno calore. I capelli crespi permettono al sudore di restare più a lungo e prolungare leffetto raffreddante della traspirazione. In questo modo si può diminuire la possibilità di surriscaldamento, che è alla base del pericolo di un colpo di calore.
Nei climi più temperati, lalimentazione quasi esclusivamente cerealicola non permetterebbe agli europei di evitare il rachitismo, dovuto alla mancanza di vitamina D in questi cibi. Ma i bianchi possono produrne comunque abbastanza, partendo dai precursori contenuti nei cereali, poiché la loro pelle povera di pigmenti melanici permette agli ultravioletti di penetrarla e trasformare questi precursori in vitamina D.
Invece, nei climi più freddi, la faccia e il corpo sono costruiti in modo da proteggere contro il freddo. Il corpo e soprattutto la testa tendono il più possibile alla rotondità, e il volume del corpo è maggiore. Tutto ciò diminuisce la superficie in rapporto al volume corporeo riducendo la perdita di calore verso lesterno. Il naso è piccolo, con minore pericolo di congelamento, e così pure le narici, in modo che laria arrivi ai polmoni più lentamente e abbia il tempo di essere umidificata e scaldata. Gli occhi sono protetti dal freddo grazie alle palpebre, che sono vere e proprie borse di grasso, fornendo in tal modo un isolamento termico eccellente, e lasciano unapertura molto sottile, dalla quale gli orientali riescono a vedere, pur restando protetti contro i venti freddissimi dellinverno siberiano.
Se non ci si limita ai soli caratteri visibili, è assurdo credere che possano esistere razze relativamente "pure". In passato non si sapeva che per ottenere una "purezza", cioè una omogeneità genetica (che comunque non sarebbe mai completa, negli animali superiori), si dovrebbero incrociare per molte generazioni (una ventina almeno) parenti molto stretti come fratello e sorella o genitori e figli. Ciò avrebbe conseguenze assai nefaste sulla fecondità e la salute dei figli e ciò non è mai accaduto nella storia dellumanità, se non per brevi periodi e in condizioni molto particolari come in alcune dinastie egizie o persiane.
La razza e la sua purezza è quindi inesistente, impossibile e totalmente indesiderabile (10).
Bibliografia
1. Blumenbach IF.: De generis umani variegate nativa liber, editio termia. Vandenhoek e Ruprecht, Goettingae, 1795.
2. Blumenbach IF.: De generis umani variegate nativa. Thesis, Rosenbusch, Goettingae, 1775.
3. Blumenbach IF.: De generis umani variegate nativa liber. Vandenhoek, Goettingae, 1776.
4. Blumenbach IF.: Editio altera longe auctior et emendatior (seconda edizione). Vandenhoek, Goettingae, 1781.
5. Blumenbach IF.: Über die natürlichen Verschiedenheiten im Menschengeschlechte. Breitkopf und Härtel, Leipzig, 1798.
6. Chardin J.: Voyage de Paris à Ispahan. In : Voyages en Perse et autres lieux, etc., Vol I, Amsterdam, 1735, pp 2 et 171.
7. Cuvier G. : Tableau élémentaire de lhistoire naturelle des animaux. Paris Baudoin, An 6=1799, p. 72.
8. Holubar K.: What is a Caucasian. J Invest Dermatol 1996; 106; 800.
9. Cavalli Sforza L., Cavalli Sforza F.: Chi Siamo. Storia della diversità umana. Mondadori, Milano, 1994.
10. Cavalli Sforza L., Geni, popoli e lingue. (Tr. It.) Adelphi, Milano, 1996. |