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International Journal of Migration and Transcultural Medicine - n. 5

Volume 1, numero 5, Maggio/Dicembre 2007

International Journal of Migration and Transcultural Medicine - n. 5

2007

30

November

Editoriale Aldo Morrone

SCIENZA E AFRICA

Perché un congresso in Africa? E Perché proprio in Etiopia?

L'Etiopia rappresenta un Paese di grande cultura e storia. Lucy il primo ominide ritrovato è lì a ricordarci la nostra origine africana. Axum e Lalibela sono un'altra grande espressione architettonica, culturale e storica dell'Etiopia. Eppure lo sviluppo economico e scientifico degli ultimi secoli, non sembra abbia tenuto in alcun conto la grande civiltà axumita e poi etiopica. La regina di Saba e re Salomone sono passati invano: una straordinaria leggenda che non sembra aver lasciato tracce nello sviluppo del Paese.

Si tratta di un caso isolato? Oppure riguarda tutta la storia dell'Africa? Perché lo sviluppo economico e soprattutto quello scientifico sembrano ignorare l'Africa, se non come contenitore di ricchezze da rapinare, come è stato per troppi anni?, addirittura secoli?

Abbiamo voluto lanciare una sfida al mondo della ricerca scientifica al quale ci sentiamo di appartenere a pieno diritto, anche se accogliamo, curiamo e studiamo una popolazione estremamente eterogenea composta di immigrati regolari e irregolari, donne vittime della tratta della prostituzione, zingari, pensionati a reddito minimo, richiedenti asilo politico, rifugiati e vittime di tortura. Siamo convinti che lo sviluppo scientifico debba innanzitutto svilupparsi a partire dai bisogni di queste popolazioni e allargarsi al resto del mondo. Ma ogni giorno appare sempre più eclatante una crisi della scienza moderna che non è capace di rispondere al nuovo paradigma di un mondo globalizzato, a partire dalle esigenze del Sud. La nostra è ancora una scienza sviluppatasi all'interno del Nord, con i suoi limiti e zone d'ombra.

Lo sviluppo della scienza nei suoi rapporti con la natura è una delle caratteristiche principali della civiltà moderna occidentale. I suoi fondamenti teorici e i suoi rapporti con la tecnica hanno influito notevolmente sulle condizioni di vita umana sulla terra. La scienza e la tecnica moderna hanno consentito all'umanità di soddisfare i suoi bisogni fondamentali: alimentazione, abitazione, lavoro, salute, trasporti, giochi, attività sportive e cultura. Fin dall'inizio, però, questi aspetti positivi sono stati accompagnati da limiti evidenti, perché la distribuzione del benessere ha escluso le grandi maggioranze. Storicamente, la scienza moderna è legata sia alla produzione di beni che promuovono la vita sia a un'economia di morte perché genera l'esclusione dei deboli e produce le armi che sono strumenti di morte.

Sarebbe un'ingenuità invocare la supposta "neutralità" della scienza, perché anche lo scienziato e il ricercatore sono "corpi pensanti". Perciò, la loro attività intellettuale e tecnica è necessariamente condizionata dalle emozioni del proprio corpo e dalle situazioni sociali e politiche in cui ognuno vive e lavora attraverso la propria corporeità. Si può quindi affermare che, nata al servizio dell'uomo per dominare la natura attraverso la tecnica, la scienza moderna è stata dominata dalla tecnologia e dagli interessi economici e politici.

La concezione del mondo e della natura sottesa a questi processi storici è un prodotto della rivoluzione scientifica verificatasi tra il Cinquecento e il Seicento. Essa ha preso l'avvio dalla fisica meccanicistica di Galileo e Newton ed è stata completata da Bacone, con la sua ideologia del sapere come insieme di esperimenti per il controllo e il dominio della natura, e dal determinismo deificante e oggettivante di Cartesio. Questa scienza ha cercato di distruggere i presupposti delle vecchie concezioni prescientifiche caratterizzate dalla concezione della natura come organismo, avvolto nel mistero, con una sua vitalità e interiorità, verso il quale uomini e donne avevano un atteggiamento di rispetto e di timore, vissuti anche attraverso l'animismo e la magia, certamente con conseguenze positive e negative. La nuova scienza rifiuta questa concezione della natura come organismo e la sostituisce con una concezione della natura come grande macchina che obbedisce a leggi "naturali", matematiche e meccaniche, che l'uomo deve conoscere con chiarezza e precisione per dominarla. Un dominio gestito dai maschi, che considerano la donna vicina alla natura come organismo vitale e pieno di mistero, di emozione e desideri, che essi cercano di controllare e dominare, trasformando la donna stessa in una risposta inesauribile da sfruttare e da sottomettere alle fredde e razionali leggi maschili.

Cartesio insegnava che il nostro intervento sulla natura ha lo scopo di rendere l'uomo " maitre et possesseur de la nature ". Bacone affermava che dobbiamo " assoggettare la natura, costringendola a cederci i suoi segreti, legarla al nostro sevizio e farla nostra schiava ". Si è così creato il mito dell'essere umano come eroe scopritore e colonizzatore, Prometeo indomabile, con le sue opere faraoniche. (Boff 1995)

Per Cartesio le piante e gli animali sono macchine del tutto prive di ogni interiorità. Ciò ha contribuito a tacitare gli scrupoli morali riguardo agli esperimenti sugli animali. Il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa considera la natura come una realtà quantificabile e matematizzabile. Si arriva a sostenere come dogma della tradizione cartesiana che ciò che non è quantificabile non ha neppure una vera e propria esistenza. Questa codificazione priva il rapporto con la natura di qualsiasi dimensione emotiva. Ciò ha portato con sé il soggiogamento brutale della natura, non solo di quella esterna ma anche di quella interna alle donne e agli uomini, in quanto esseri corporei. Pertanto, l'intreccio tra le scienza naturale e la tecnica, che data dalla rivoluzione tecnologica iniziata centocinquanta anni fa, ha investito il dominio della natura, ed è stata una sconfitta dell'essere umano. Perché il dominio matematicamente perfetto e non emotivo sulla natura significa anche dominio maschile sulle donne e sugli uomini. In particolare, per ricordare uno dei settori più importanti, basti pensare che, come afferma Hoesle, "i danni arrecati alla medicina dal pensiero cartesiano sono inestimabili".

La suprema ironia dei nostri giorni è esattamente questa: la volontà di dominare su tutto facendo di noi dei dominati a assoggettatati agli imperativi di una Terra degradata. L'utopia di migliorare la condizione umana ha peggiorato la qualità della vita. Soprattutto la volontà di migliorare la vita di pochi ricchi a scapito di molti. Il sogno di una crescita illimitata ha prodotto sottosviluppo dei due terzi dell'umanità.

Alcuni credono al potere messianico della scienza e della tecnica e si dice che esse possano danneggiare, ma anche riscattare e liberare. Di fronte a questo dobbiamo però riflettere seriamente: l'essere umano rifiuta di essere sostituito dalla macchina, anche quando vede i vantaggi di un processo che risponde alle sue necessità fondamentali. Egli non possiede soltanto delle necessità fondamentali da soddisfare. Egli è dotato di capacità che vuole esercitare e manifestare in modo creativo. Non vuole solo ricevere il pane, ma anche aiutare a produrlo in modo da affermarsi come soggetto della propria storia. Ha fame di pane ma anche di partecipazione e bellezza, cose che non sono unicamente garantite dai mezzi di tecnoscienza.

Vi è chi dice: il cambiamento di rotta è meglio per noi, per tutti noi, per l'ambiente e per il complesso delle relazioni umane, per il destino comune di tutti   e per la garanzia di vita delle generazioni future. A tale scopo si devono però introdurre correzioni profonde e anche trasformazioni culturali, sociali spirituali e religiose oltre che politiche. E' su questa risposta/proposta che punta tutto il movimento di pensiero vicino ai punti di vista del sud. E' questo cammino che le nostre riflessioni vogliono rafforzare.

In altri termini, dobbiamo entrare in un processo di mutamento di paradigma.

Gli scienziati che, seguendo più o meno consapevolmente la tradizione cartesiana, hanno matematizzato le scienze della natura pretendono ancora oggi di matematizzare le scienze umane, sociali, economiche, storiche e psicologiche. Tuttavia, se da una parte la tecnologia ha liberato l'uomo dalla natura, dall'altra lo vincola a sé creando sempre nuovi bisogni o metabisogni, in una corsa illimitata: da un bisogno nasce un altro bisogno e così via all'infinito. D'altronde, questa spinta alla crescita, che è il motore dell'attuale modello di sviluppo, comincia a dare segni di cedimento dimostrando che si è trattato di un mito che oggi produce effetti ecologicamente negativi. Infatti, la Terra come scrive Hoesle "non è più in grado di assorbire una quantità indiscriminata di artefatti creati per la soddisfazione di singoli bisogni, generati essi stessi in modo artificiale" . Essa non è più capace di sopportare il peso di quei meccanismi che la considerano come oggetto o risorsa inesauribile. Non basta quindi la matematizzazione cartesiana delle scienze e delle tecnologie per rendere possibile un tipo di civiltà che risponda ai bisogni primari dei singoli e dei popoli.

La loro reificazione e mercificazione può anzi portare con sé la distruzione della natura e degli uomini, delle donne e dei popoli.

La crisi della scienza e della tecnologia   ha messo fortemente in questione questo tipo di civiltà, con particolare riferimento alla loro incapacità   di assumere il senso dei limiti della natura che la scienza non aveva mai sospettato.

In particolare questa crisi appare evidente quando si esaminano i rapporti Nord-Sud. Essa non è stata capace di organizzare un modo di produzione che avesse come base una solidarietà comune per cercare insieme le risposte ai problemi di tutti. Inoltre, non ha saputo bloccare l'ingiusta accumulazione di tre quarti della ricchezza nei paesi del nord, che sono un quarto della popolazione mondiale. Ha creato un'organizzazione coloniale basata sulla divisione tra le grandi maggioranze (90%) escluse e i settori dominanti (10%), cui il Nord offre uno standard di vita simile al proprio con il compito di bloccare e nascondere le possibili ribellioni delle persone emarginate e impoverite. Ha organizzato la produzione e il commercio delle armi per aiutare i settori dominanti a bloccare, anche militarmente, le ribellioni degli esclusi e per organizzare in proprio gli interventi militari e cosiddetti "umanitari" nei paesi del sud. Il trasferimento di tecnologie non adatte alla realtà e all'organizzazione sociale dei singoli paesi colonizzati ha creato disagio e sofferenze a livello socio-economico e culturale. La colonizzazione dell'immaginario ha imposto la cultura dell'Occidente, provocando il blocco e la distruzione delle culture autoctone, mostrando così la razionalità escludente della cultura e della scienza moderna.

Ricordiamo che, a partire dall'Ottocento e poi nel Novecento, sono esistite altre riflessioni filosofiche sul rapporto tra scienza e natura che si riferivano alla tradizione cartesiana per criticarla. Di fatto, esse non hanno avuto un impatto consistente sullo sviluppo della tecnologia moderna, ma sono state recepite e riformulate nella ricerca di un nuovo tipo di scienza. Superata la rigidità della reificazione e della quantificazione del metodo cartesiano, secondo Marcello Cini si sta passando dall'universo delle leggi naturali al mondo dei processi evolutivi.

Si deve osservare che la scienza e la tecnica moderna hanno suscitato grandi speranze. Per molti anni, in base alle scoperte e ai progressi della scienza, si è ripetutamente affermato che la scienza e la tecnologia avrebbero risolto tutti i problemi dell'umanità. Ancora oggi è molto diffuso il concetto secondo cui " la tecnologia aggiusterà tutto ". Si tratta in realtà di un'ideologia. Le scoperte dell'umanità sono sempre provvisorie, relative, con limiti più o meno palesi. Il paradiso che la scienza prometteva non è mai stato raggiunto. Perciò, si riconosce più facilmente che la scienza non può essere neutrale e non può sfuggire ai giudizi dell'etica e pensare se stessa come unico criterio. Va ricordata la situazione della bioetica e quella del rapporto tra l'etica e la ricerca scientifica sugli armamenti, strumenti di morte, al servizio di una economia di morte. Si pensi a una bioetica che non riesce a garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini del mondo indipendentemente dalle loro categorie d'appartenenza. Si pensi ancora che la maggior parte dei risultati delle ricerche e delle scoperte scientifiche sino ad oggi ottenute, sono utilizzate solo da una parte minima degli esseri umani. I bambini dei PVS ancora muoiono per diarrea, mentre nel nord si riescono a trapiantare più organi contemporaneamente.

Avviare la ricerca in questa direzione richiede un dibattito e un chiarimento sulla conoscenza. Si sta superando oggi la concezione della conoscenza come insieme di idee chiare e distinte. È necessario recuperare il senso del limite, in " uno spirito di demistificazione delle leggi e dei principi della razionalità, per arrivare ad assaporare tutta la ricchezza e la complessità della vita ". Si tratta inoltre di riconoscere il valore intellettuale dell'emozione e dei desideri degli uomini e delle donne, in quanto corpi pensanti, cercando di uscire dalla logica dell'incontro/scontro tra forza e debolezza: come sottolinea Baker: " Laddove la forza impone e la debolezza soccombe, la dolcezza apre le braccia. La dolcezza è tolleranza, è senso della misura, è attenzione alle sfumature. La dolcezza fa passi leggeri, si guarda intorno, beve la vita. La dolcezza ha un senso del limite, non spinge a fare cose a tutti i costi. La dolcezza è fragilità, e questa fragilità è la sua garanzia ". In un momento di confusione e caos, di caduta delle ideologie, si deve riconoscere che "ogni atto creativo è sempre prodotto di un processo caotico"

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