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International Journal of Migration and Transcultural Medicine - n. 3

Volume 1, numero 3, Settembre/Dicembre 2006

International Journal of Migration and Transcultural Medicine - n. 3

2006

30

November

Eccomi di nuovo su un aereo verso l'Africa a tentare di mettere a fuoco anni di impegno, di lotta, per condividere con migliaia di persone i loro sforzi per vivere meglio in salute e dignità la loro vita. All'alba, al canto del muezzin ci si alza e si corre verso l'aeroporto: speriamo non abbiano cancellato il volo! No, il volo non è stato cancellato! E' solo in ritardo. Come sempre. Come sempre tutti sembrano in ritardo rispetto al nostro occidente, alla nostra Europa. Il comandante ha avvisato i passeggeri: mancano i documenti di volo per poter decollare. No problem! Arriveranno.

Mi ricordo che non ho ancora scritto l'editoriale per la nostra rivista, un numero speciale che vogliamo pubblicare in occasione del primo congresso internazionale su “Dermatological care for all: a basic human right” che stiamo tentando di organizzare ad Addis Abeba e a Mekele dal 1 al 4 novembre 2006. Una sfida che donne e uomini di scienza hanno voluto lanciare ad un sistema che “appare” solidale e attento agli altri. Una sfida ad una scienza che “appare” in continua crescita soprattutto verso se stessa, più che verso la condivisione delle sue scoperte. Un congresso internazionale scientifico senza alcuna sponsorizzazione dall'industria farmaceutica. Mission impossible?
 Eppure sono fiducioso perché convinto, come afferma Leonardo Boff nel suo testo “La carezza del creato” che la ragione analitico-strumentale lascia il posto alla ragione-cordiale, all'esprit de finesse, allo spirito di delicatezza, al sentimento profondo. La centralità non è più occupata dal logos-ragione, ma dal pathos-sentimento. Più che il cartesiano cogito ergo sum: penso, dunque esisto, vale il sentio ergo sum: sento, dunque esisto. E sento che tutti insieme, forse potremmo farcela.

Tutto questo correre, impegnarsi dal mattino alla sera, incontri, seminari, workshop, meeting, telefonate, e-mail, ha davvero un senso? Essere affogati dall'emergenza, ci consente di volare in alto? Salvare o meglio “credere o pretendere di salvare” migliaia di vite umane ci può allontanare da un quotidiano assai più vicino e assai più difficile?
 Davvero l'Africa ha bisogno dell'aiuto dell'Europa e degli USA, dei paesi cosiddetti industrializzati? Possiamo sentirci per questo “buoni” e “solidali” ? Essere o pretendere di essere buoni, appartenendo al Nord del mondo, può essere possibile? Alberto Maggi e Antonio Thellung nel loro bel libro “La conversione dei buoni” affermano che la sindrome dei buoni sta proprio nel sentirsi dalla parte giusta. Tutti crediamo che i cattivi dovrebbero convertirsi per diventare buoni; invece, secondo il vangelo, tutti, ma proprio tutti, dobbiamo convertirci per diventare figli. Sono un po' dubbioso sulla divisione in buoni e cattivi dell'umanità. Le nostre società si basano su strutture caratterizzate dai buoni principi, cioè ordine, gerarchia, obbedienza, sottomissione alla legge e a chi la rappresenta. Se il mondo, così come lo conosciamo, è sempre stato nelle mani dei buoni, forse sarebbe ora, visti i risultati, che passasse nelle mani dei “cattivi” .

Sarà per questo che mi sento sempre dalla parte sbagliata, anche su questo piccolo aereo! Sono consapevole di appartenere a una minoranza. Forse dovremo infrangerle le regole che producono, come effetti collaterali fame, miseria, disperazione, guerre, malattie per centinaia e centinaia di milioni di esseri umani. Gran parte di quelli che incontro in questo grande, affascinate e disperato paese.

Oggi è impossibile pensare ingenuamente che la povertà sia un fatto casuale e ignorare le cause del sistematico impoverimento di alcuni gruppi sociali. Tanto più considerando che la nostra società si dice richiamarsi a radici cristiane.

L'esperienza ci ha insegnato che spesso la solidarietà è carica di pericoli e di ambiguità, soprattutto quando non rappresenta una tappa intermedia verso la giustizia. Credo che avremmo più bisogno di persone giuste che solidali.

Finalmente stiamo per decollare. Sembra che siano arrivati i documenti. Un piccolo ritardo di oltre un'ora. Le immagini della città con i suoi ( pochi ) grattacieli e le sue ( molte ) bidonvilles si rimpiccioliscono sempre più. Ho un po' di paura, come sempre, ma non lo voglio confessare. I fokkers sono aerei piccoli, ad elica, ma forse tra i più sicuri, almeno così affermano gli esperti.

Ritorno alle mie riflessioni. Quando pensiamo all'Africa continuiamo a rappresentarci immagini di miseria, capanne, mosche appiccicate per sempre sul volto dei bambini col naso gocciolante di muco, cadaveri, guerre etniche, malaria, AIDS. Ma è davvero così? C'è dell'altro che non riusciamo a percepire o a scorgere? Sappiamo andare oltre i luoghi comuni? Forse abbiamo dimenticato troppo in fretta i nostri passati legami con questo continente: le diecine di milioni di schiavi, i furti di oggetti d'arte, di risorse geo-minerali e umane. Il commercio degli schiavi, in particolare, non solo uccise e privò della loro umanità milioni di persone, ma distorse in maniera irreversibile lo sviluppo della civiltà africana: famiglie intere furono disperse e numerose società andarono in rovina, aprendo in tal modo le porte all'invasione e alla colonizzazione europea del continente. La folle “corsa all'Africa” cominciò solo negli anni ottanta del XIX secolo, quando l'Europa si impadronì del continente. Nell'arco di tre generazioni, le potenze coloniali se n'erano già andate lasciando una serie di macerie fumanti. Una serie di “paesi” creati arbitrariamente secondo le convenienze degli europei con linee rette o curve, assurde a stabilire confini dove si scontravano gli interessi delle potenze coloniali.

Purtroppo l'Africa non è riuscita a svilupparsi, come avrebbe meritato, perché dagli anni sessanta e settanta, e spesso ancora oggi, furono gli “ esperti ” occidentali a consigliare ai paesi africani le politiche che li avrebbero portati alla catastrofe. Tra il 1975 e il 2005 il P.I.L. pro capite è diminuito del 45% e le esportazioni si sono ridotte di oltre la metà a causa del crollo dei prezzi delle materie prime.

In Africa si stanno rilanciando, seppur con fatica, le moderne tecnologie scientifiche che potranno aiutare alcuni paesi ad avviare un futuro migliore nella capacità che riusciranno ad avere di appropriarsene senza più bisogno di esperti stranieri inviati dai vari governi occidentali, che dicano loro cosa devono fare.

Quando l'economia va male e i governi decidono di tagliare le spese, sanità e istruzione sono di solito le prime a pagare. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è stato ribattezzato da molti medici africani “ Fondo Mortalità Infantile ” poiché essi affermano che dopo le visite del FMI i bambini dei loro paesi cominciano a morire come mosche.

La crisi economica e le politiche imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale (BM), hanno prodotto sul piano sociosanitario un effetto perverso: adesso la gente deve pagare per cure che un tempo, tutto sommato, riceveva gratuitamente. Nessuno è esente, anche nei casi più gravi.

Sotto di me, immensi campi coltivati, macchie verdi e brune che mi ricordano le tute mimetiche dei militari che si trovano in tanti paesi. Quest'anno le piogge sono state abbondanti, anche troppo. Numerose inondazioni hanno ucciso migliaia di persone e migliaia di capi di bestiame. Sembra un destino cinico e barbaro: siccità o alluvioni, e quindi carestie o malaria.

Al congresso abbiamo voluto invitare medici, scienziati e ricercatori impegnati nelle più prestigiose istituzioni scientifiche d'Europa e degli USA a confrontarsi direttamente sul terreno, in trincea, nel vero senso della parola, dove si generano malattie e condizioni socio-ambientali incompatibili con una vita dignitosa.

“Neglected diseases of neglected people” avremmo potuto intitolare il congresso, perché in effetti si tratta di malattie dimenticate e di popoli abbandonati. Ma da chi? E perché?

La scienza può rappresentare un fattore di moltiplicazione del potere costituito dal capitale, oppure strumento di liberazione dei popoli. È quanto ha sempre affermato lo scienziato Giulio Maccacaro. Un certo tipo di scienza ha sempre rappresentato un'espressione del potere politico ed economico. E di scienza è ormai fatto il potere e di potere gli uomini vivono e muoiono. Fare scienza significa sempre lavorare per l'uomo o contro l'uomo ed ogni uomo è oggi raggiunto dalla scienza per esserne fatto più libero o più oppresso. La stessa medicina è andata sempre più adeguandosi alla logica del profitto che non a quella della vita e della salute. Sembra quasi che si studino e si curino solo le malattie che in termini di profitto immediato siano remunerative. Anche in Italia, per gli anziani pensionati a reddito minimo affetti da banali malattie della vecchiaia, non sembra esservi molto spazio nelle nostre moderne istituzioni sanitarie.

E allora nasce forte un sentimento di indignazione, anche perché ci si sente complici di un sistema perverso che non si riesce a cambiare. Indignazione per le ingiustizie, per la forbice fra ricchi e poveri e fra chi nasce in Europa e chi nasce in Africa subSahariana. Indignazione perché loro sono senza futuro e soprattutto senza dignità e senza voce. L'indignazione non è fuori moda, o inutile. Se riesce a lasciare spazio alle emozioni e alla tenerezza dei rapporti, può condurre verso un impegno profondo e maturo. Credo che le emozioni, il pathos, la tenerezza che emerge nell'atto stesso di esistere con gli altri nel mondo, possa rappresentare più che una semplice speranza. Non siamo mai soli, né esistiamo, co-esistiamo, con-viviamo e siamo in com-unione con le realtà apparentemente più lontane.

Blaise Pascal ha introdotto una importante distinzione per aiutarci a comprendere la cura e la tenerezza: l'esprit de finesse e l'esprit de géometrie . L'esprit de finesse è lo spirito di finezza, di sensibilità di cura e di tenerezza. L'esprit de géometrie è lo spirito calcolatore e attivista interessato all'efficacia e al potere. Da qui mi sembri che passi la linea rossa tra sviluppo compatibile e disperazione esistenziale.

Stiamo per atterrare. Il comandante conferma che tutto va bene. Il tempo a terra è buono e la temperatura è di 21 gradi. Yemanè, Margherita e Maria Concetta dovrebbero essere all'aeroporto ad aspettarmi. Senza di loro… senza Daniela, Francesco, Beppe, Luigi, Ottavio, Anna, Gennaro, Isa, Valeska, Silvana, Ugo, Nando, Rita, Paola, Massimo, Alessandro, Tedros, Terrace e Barnabas… e gli innumerevoli collaboratori e amici… non avrei potuto guardar le stelle e accorgermi che sorridono benevole dei nostri tentativi di comprendere la bellezza, attraverso il volto dell'altro, dei più impoveriti ed esclusi. Grazie a tutti

 

Scritto a mano, il 18 ottobre 2006, durante il volo ET100 delle ore 7.10 da Addis Abeba a Mekelle.

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CWM