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International Journal of Migration and Transcultural Medicine - n. 1

Volume 1, numero 1, Ottobre/Dicembre 2005

International Journal of Migration and Transcultural Medicine - n. 1

2005

30

November

Editoriale Aldo Morrone

Scrivere un editoriale sull'aereo che mi riporta da Addis Abeba in Italia, non è molto facile. Troppe emozioni, troppi sentimenti contrastanti e non ancora sufficientemente elaborati e filtrati, mi riempiono l'animo e la mente e non mi permettono una neutralità di giudizio. D'altra parte è inimmaginabile credere di mantenere un'obiettività scientifica quando si è coinvolti in passioni, emozioni, sogni lotte, successi e sconfitte.

Nel Tigray, nel distretto di Almata, ho toccato con mano la violenza devastatrice della malaria, molto più violenta dell'infezione da HIV- Aids. Una delle cause dell'aumento di questa patologia è data dalla raccolta di acqua piovana che i contadini sono costretti ad usare per irrigare i terreni e così potersi sfamare. Sembra che si sia abbattuto su di loro un cinico destino: ammalarsi di malaria o morire di fame!

Gli attacchi terroristici a Londra del sette luglio ci hanno fatto ripiombare in un incubo da cui credevamo essere usciti solo da poco. Di nuovo è partito il tam-tam politico massmediologico: fuori gli immigrati dall'Europa, dal nostro Paese. L'equazione immigrato uguale terrorista sembra più penetrare tra l'opinione pubblica. A nulla valgono i certificati britannici di nascita degli attentatori di Londra. I poteri forti colgono ogni occasione per cercare di aumentare il senso di smarrimento dei cittadini. Una volta è l'emergenza caldo, un'altra volta l'emergenza freddo, l'emergenza pit bulls, una-bomber, tsunami, influenza aviaria….

Le persone avvertono paura, incertezza sul presente e sul futuro. Si rinchiudono in casa e dentro di loro per maggior sicurezza. La precarietà del lavoro, della casa, degli affetti si somma al resto. Eppure, fino a pochi anni fa, avevano provato a convincerci che stavamo per raggiunger un benessere ed una sicurezza che mai avremmo potuto sognare o realizzare. L'illusione è finita ed i giochi di prestidigitazione sono stati scoperti. Abbiamo dovuto reimparare che la sicurezza o ce la diamo noi o nessuno può sostituirci. Non si diventa ricchi, più belli, più giovani con un colpo di bacchetta magica. La nostra personalità, la nostra sicurezza, i nostri affetti si costruiscono giorno dopo giorno, con sacrifici, con battaglie, alcune vinte altre perse. È il difficile e affascinate cammino del quotidiano che ci può aiutare a cogliere lo straordinario che è dentro di noi o accanto a noi e che spesso, troppo spesso ci sfugge. Abbiamo avuto paura a confrontarci con l'altro, sia quello che è dentro di noi sia quello che ormai incontriamo ogni giorno sull'autobus, al mercato, alla fila all'ufficio postale. È come se ci fossimo risvegliati bruscamente da un incubo: la paura ancora si confonde con la certezza che si trattava solo di un brutto sogno. Gli anni passano e ci siamo lasciati irretire da promesse di facili guadagni, di facili interventi estetici, che ci sostituissero nei rapporti umani. Nessuno può sostituire il nostro impegno, la nostra responsabilità, la storia, e non solo la cronaca, dipendono anche da noi. Siamo noi a proporre il nostro futuro e a disegnarne il percorso.La delega, nella vita, non funziona. Non possiamo limitarci a commentare i fatti, non siamo commentatori, siamo i protagonisti della storia. È in questa cornice che possiamo inscrivere il nostro impegno di responsabilità e di piacere di sporcarsi le mani, non possiamo estraniarci dalla lotta. Spesso nei momenti dove le sconfitte e le ferite bruciano di più, mi ritrovo a pensare ad Antonio Gramsci in carcere a Turi, alla sua strenua resistenza contro la disperazione, la malattia e il dubbio. Dovremmo leggere più spesso le sue lettere dal carcere: una testimonianza di eccezionale coraggio, portata avanti fino alla fine.

E allora ritengo che un destino così crudele a noi tutti sia stato risparmiato.

Non abbiamo quindi diritto a lamentarci, ma abbiamo il dovere di indignarci, di orientarci, di conoscere, di condividere con gli altri le nostre esperienze. Di raccontare con gli occhi del cuore e la lucidità della mente ciò che vediamo.

La nostra rivista, ci auguriamo, possa contribuire a tutto questo: a mettere insieme non solo esperienze scientifiche, ma approfondimenti, racconti, testimonianze di chiunque abbia voglia di trovare insieme agli altri un cammino, un percorso comune. Per il semplice fatto di avere un'origine comune e di trovarci tutti reciprocamente collegati in un destino unico, in un futuro sempre aperto, anch'esso comune.


CWM