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DISCRIMINAZIONE IN AMBITO SOCIO-SANITARIO

Strumenti e pratiche di prevenzione e contrasto della discriminazione razziale nell’accesso all’assistenza medica

Succede in Europa: cure scarse per i pazienti più poveri, a volte inesistenti se sono immigrati. In una ricerca 45,6% dei medici interpellati in Gran Bretagna, Italia, Norvegia e Svizzera, ha riportato esperienze di pazienti che non hanno potuto accedere alle cure perché non in grado di sostenerne i costi. Una discriminazione che si aggrava quando quell’amministrativa si aggiunge a quell’economica: in nessuno dei paesi membri dell’Ue rispetta fino in fondo il diritto d’assistenza medica dei migranti senza documenti, lasciando chiusa la porta dell’ospedale a chi può anche morire se non è in regola con le norme nazionali.

In Italia i comportamenti discriminatori in ambito socio-sanitario sono stati oggetto d’indagine nel Progetto IISMAS “Servizi sanitari e discriminazione razziale. Strumenti e pratiche di prevenzione e contrasto della discriminazione razziale nell’accesso all’assistenza medica”. L’indagine è stata collocata sulle procedure attuate nei parti cesarei in donne immigrate ponendo l’attenzione sull’assistenza dei servizi, l’intervento terapeutico ed i modelli di comunicazione. Sono stati analizzati i dati su parti cesarei in quattro ospedali "campione" nelle città di Roma, Torino Arezzo, nell’anno solare 2006. Interviste ad operatori sanitari, distribuzione di 1000 questionari ad infermieri, e conduzione di focus group ad utenti/pazienti stranieri provenienti prevalentemente dalle aree del Maghreb, Cina, Filippine, Centro Africa, Romania, Albania, Sud Asiatico, Est europeo e Rom e Sinti. Il lavoro coinvolto altresì dei mediatori interculturali come ponte tra le culture nella facilitazione all’accesso alle esperienze degli stranieri.

I risultati hanno evidenziato una discriminazione indiretta, fortemente evidenziata dai colloqui con le donne straniere che hanno partorito in Italia, quando il numero dei parti medicalizzati in Italia (il 30% delle partorienti, contro ogni raccomandazione dell’OMS di non superare il 12%), si aggrava nei parti cesarei TC d’urgenza (Tagli Cesarei) che raggiungono il 21, 4% nel caso delle donne immigrate, fino a ravvisare valori vicino al 100% nelle donne bengladeshi, filippine, peruviane.

Le motivazioni sono da individuare prevalentemente da un mancato iter terapeutico-assistenziale, a confronto con le donne italiane. La percentuale di donne straniere che effettua la prima visita oltre la dodicesima settimana è il 24% contro il 4,4%, un numero medio d’ecografie inferiore, e l’amniocentesi è effettuata solo dal 6% delle straniere.

Una discriminazione diretta, si è registrata principalmente nei confronti delle donne musulmane, in particolare per coloro che indossano il velo, e negli osservanti la religione musulmana in generale. Non si possono, quindi, sottovalutare norme di comportamento per gli immigrati/e, musulmani/e, africani/e in Italia, come d’altronde, nel resto d’Europa. Fondamentale è anche la possibilità di scegliere una medica donna, soprattutto nel caso di visite ginecologiche, e l’esigenza di ricevere menù specifici.

L’indagine ha messo in risalto la grande difficoltà della comunicazione, per il diverso approccio al parto, tra paziente e medico, con difficoltà per entrambi. Si utilizzano metodologie d’intervento, attraverso best practice, non sempre spiegate alle pazienti: su 20 donne straniere presenti in un ambulatorio a Roma, 18 di queste donne avevano partorito con parto cesareo d’urgenza per cause sconosciute. L’alto tasso dei Tc d’urgenze è da imputare senz’altro ad una mancata attenzione nei confronti dell’assistenza al paziente straniero. Superficialità evidenziabile nella mancanza di mediatori culturali nei servizi, nella disuguaglianza nell’applicazione delle leggi negli ospedali e, soprattutto, nella poca continuità di cura e assistenza. Un Servizio Sanitario Nazionale non discriminante, al passo con i tempi, non può permettere che in aree dove risiedono migliaia di stranieri regolari siano assenti servizi socio sanitari dedicati all’immigrazione; consentendo un’Italia a macchia di leopardo, dove anche i diritti fondamentali alla dignità umana sono concessioni legate alla residenza e allo status socio-economico.


CWM